La memoria della miniera

 

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Le miniere ed il museo (1)

di Ernesto Balducci

 

Ripubblicato su Tracce… 1998

 

Dunque ci sarà, sull'Amiata, un museo del minatore! I musei nascono quando la storia muore. E infatti la razza dei minatori, sulla mia montagna, è morta da qualche anno, con tutto il rispetto per i pochi sopravvissuti, convinti anche loro, d'altronde, di dover morire senza eredi. Testimone di questo tramonto, provo in me due sentimenti tra loro inconciliabili. Il primo è di soddisfazione: finalmente si chiudono le porte dell'inferno, che hanno inghiottito, generazione dopo generazione, la mia gente. Il secondo di malinconia: con i minatori se ne va un mondo umano di straordinaria ricchezza, che nessun museo potrà mai documentare. Nel museo ci sono i resti fossili della vita, non la vita. La vita è scritta nella memoria vivente, quella, ad esempio, che io difendo in me come un patrimonio prezioso, ma incomunicabile.

La pattuglia dei minatori partiva da Santa Fiora che era ancora notte: alle quattro o alle cinque. Udivo il richiamo dei compagni di mio padre giù dalla strada, mi giravo dall'altra parte e mio padre partiva. La sera avanti aveva rifornito di carburo l'acetilene e ora se ne andava in gruppo verso le miniere del Siele, ci fosse pioggia o neve o vento. I minatori di Abbadia le miniere ce le avevano alle porte di casa, ma quelli di Santa Fiora dovevano camminare per quattordici chilometri prima di calarsi nei pozzi. Dal buio al buio. E la sera attendevo alla finestra che, dal fondo della valle del Fiora, lungo il sentiero che sale verso il paese, la fiamma oscillante delle acetileni mi desse il segnale del ritorno. Davo l'annuncio alla mamma che si affrettasse a preparare la cena. I tempi erano stretti, occupati giorno dopo giorno dal medesimo rito, di fatica disumana e di umanissimo amore. A scandire il loro ritmo era una oscura necessità che sembrava far corpo con le necessità naturali, come quella che guida l'avvicendarsi delle stagioni. Ed era invece -  ma questo l'ho capito dopo -  la legge del profitto, che degradava a proprio strumento quelle povere esistenze, le gettava nelle viscere della terra a respirare la micidiale polvere del cinabro e, di tempo in tempo, le relegava nella disoccupazione, obbligandole a sognare come paradiso quel lavoro che invece era un inferno. Quando nelle nostre famiglie circolava la notizia del licenziamento, entrava la sventura. Allora i minatori andavano alla ricerca di qualche opera nella Maremma: partivano e, per settimane, restavano a dormire in povere capanne e magari, quando tornavano, avevano la malaria! La silicosi li rodeva dentro. Invecchiavano presto, tenuti in vita dall'amore per la famiglia e da una profonda solidarietà, che aveva il suo momento festivo nelle osterie. Il vino era il loro oppio, la sbornia domenicale la loro umile estasi, la bestemmia il loro sfogo.

Chiusi dentro le leggi ferree della vita, noi bambini si cresceva come l'erba che spunta tra le pietre di nera trachite di cui sono costruite le case nel mio paese: teneri e sognanti, in una infanzia resa più intensa dal presentimento della sua estrema brevità. Giunti alla soglia degli undici, dodici anni, si sarebbe entrati, in qualche mondo, nella vita di tutti, secondo l'arcana legge della ripetizione, che è la legge degli strati umani fuori della storia. Noi eravamo fuori della storia, in un tempo senza tempo. Eravamo, per dirla con gli antropologi nella società sincronica, sulla quale non incidono i mutamenti accidentali delle generazioni. Pare che gli Etruschi abbiano per primi sfruttato i minerali dell'Amiata: ebbene, gli Etruschi erano di ieri. Infatti il nostro linguaggio era il mito, questa straordinaria forma della cultura orale, in cui si condensano e si fanno sacre le memorie collettive. Non c'era atto della vita che non fosse  sancito da credenze gravide di razionalità ma espresse con massime sacre, che bastavano ad integrare un bambino nel grande rito dell'esistenza collettiva. Quel popolo segregato si difendeva, con armi improprie, dalla Storia e cioè dai grandi mutamenti che via via si ripercuotevano nella sua vita. A pochi chilometri dal mio paese, nell'altro versante dell'Amiata, dove le miniere non c'erano, ma c'era una antichissima cultura contadina (la stessa da cui erano nati i minatori), e cioè una esistenza corale, immersa nei ritmi fuori del tempo e lievitata dal mito, ci fu a dar voce al conflitto con la Storia maggiore, il profeta David Lazzaretti. Rovinati dagli effetti dell'economia di mercato, generalizzatasi in Italia dopo la sua Unità, i contadini reagirono creando una comunità economica e religiosa sotto la guida del loro profeta. La Storia li disperse, con la fucilata di un carabiniere, quella che uccise il Lazzaretti. Così sempre la storia entra a prendere possesso della preistoria: col capitale e con le forze dell'ordine. Quel mondo preistorico non poteva entrare nella storia se non organizzandosi come forza autonoma e cioè acquistando la coscienza di classe. Il passaggio avvenne durante l'ultima guerra. Restano vivi nella mia memoria gli incontri con uno dei grandi figli dell'Amiata, con Nando Di Giulio. Venivo da Roma e lui dalla Normale di Pisa, troppo giovane per essere arruolato. Nelle nostre passeggiate solitarie ci scoprimmo ambedue antifascisti e si avviò un serrato confronto tra le nostre impostazioni culturali. Lui veniva dalla piccola borghesia, io dal mondo dei minatori; in lui parlava più di quanto non me ne accorgessi, il sangue delle generazioni. Eravamo ambedue, comunque, sul nuovo versante decisi a metterci al servizio del cambiamento ed egli cominciò a farlo proprio allora, organizzando, poco più che adolescente, la lotta partigiana. Negli anni '70 ci incontrammo di nuovo nei paesi dell'Amiata, in pubblici dibattiti. La medesima passione per una società diversa aveva finito per avere la meglio sulle nostre antiche diversità. Ma la nostra montagna era già cambiata, le miniere si andavano chiudendo. Il turismo estivo ed invernale aveva già modificato il costume della mia gente, del resto già dissanguata da successive ondate di emigrazioni. Venuta meno la vecchia economia, ora si tenta di far funzionare, nell'area amiatina, un complesso progetto di riforma, capace di assicurare lavoro e tranquillità economica ai figli dei figli dei minatori. I tentativi fatti non sono andati, sembra, a buon fine. Quando torno sulla mia montagna e vedo i pennacchi bianchi dei soffioni, riaffiora in me la mentalità mitica: è la montagna che, come un tempo offriva i suoi metalli, ora offre ai suoi figli questo strano dono delle sue viscere. L'energia necessaria per attivare le nuove tecnologie è già qui, è un dono della nostra terra. Ma ci sono altre energie, disseminate nei pittoreschi paesi della montagna, che non vanno perdute, vanno anzi recuperate, gettando via le deformazioni generate dalla falsa modernità. Nei tentativi che, nei paesi dell'Amiata, le nuove generazioni stanno facendo per riscoprire e onorare il costume dei padri, io non leggo nessuna deviazione regressiva, leggo il prevalere di una intuizione salutare: nessun cambiamento è da ritenersi positivo se obbedisce soltanto a ragioni economiche e tecnologiche, senza introdursi, con rispetto, nella struttura antropologica che un gruppo umano ha ereditato da secoli. E' una legge che si sta vendicando, nel Terzo Mondo, delle frettolose introduzioni delle tecnologie occidentali. Senza stolti archeologismi, è vero che l'uomo sociale è il risultato di una costruzione strutturale in cui ogni elemento si lega agli altri, ne è la causa e insieme il prodotto. Si tratta di portare alla luce della consapevolezza quanto i padri hanno creato: forse è proprio qui la risposta che si sta cercando altrove. Il carattere individualistico dell'economia di mercato si è fatto valere tra la mia gente spezzando i vincoli comunitari, abolendo le espressioni creative della vita collettiva, ma che sia solo l'invito pubblico ad una ricomposizione più autentica della comunità umana, ad un più organico rapporto tra le generazioni e alla ricostruzione, ad un livello di efficienza tecnica, dell'equilibrio atavico tra l'uomo e la natura. Non è certo per un effetto del sentimento che quando immagino la società futura, finalmente giusta ed umana, sono costretto a ricordarmi dell'età dei minatori. In quel piccolo mondo di sofferenze e di ingiustizie, splendeva una luce di umanità che è forse quella di cui abbiamo bisogno per costruire il futuro.

 

Ernesto Balducci

 

da Amiata Ambiente 1987

 

(1) Questo articolo fu richiesto a Balducci da "L'Unità" nel 1987 in occasione di iniziative relative alla ipotesi di realizzazione del Museo Minerario dell'Amiata ad Abbadia San Salvatore. Essendoci dei ritardi nella pubblicazione mentre il “Circolo L’ambiente” aveva organizzato a Santa Fiora una mostra sulla storia delle miniere, Balducci, invitato per la presentazione,  lo fece pervenire agli organizzatori permettendone l'uso che ritenessero più opportuno. Fu pubblicato su "Amiata ambiente 1987", un volumetto realizzato in occasione della Mostra. Quasi contemporaneamente fu pubblicato, il  4.8.1987, con il titolo "Nasce il museo del minatore. Vita all'acetilene" anche da "L'Unità".

  

L’Amiata e le miniere:

immagini del processo d'industrializzazione

 

di Maurizio Ruffini

Pubblicato in Tracce… 2000

 

Fra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento e, più precisamente, negli anni a cavallo del secolo, tutti gli indicatori mostrano come le miniere di cinabro amiatine assumano un peso decisivo nella produzione nazionale e internazionale di mercurio: si aprì allora una fase che, pur con vicende alterne, si concluse alla fine degli anni ’70, quando, con i piani di riconversione economica, le miniere e i minatori cominciarono ad essere oggetto di studio storico e non più centro della vita sociale dell’Amiata.

Compito primo di chi si occupa della dimensione storica della realtà è quello di definire il tempo in cui si svolgono gli eventi. Due date ci sembrano particolarmente indicative: il 1846 (per l’esattezza il 5 dicembre) allorché venne costituita a Livorno la Società Stabilimento Mineralogico Modigliani per avviare lo sfruttamento della miniera del Siele; il 1866, quando, dopo un ventennio di tentativi non troppo fortunati e di insuccessi produttivi, fu la famiglia Rosselli di Livorno, anch’essa facente parte della Comunità ebraica a di­ventare unica proprietaria e gestore della miniera.

Questo passaggio di proprietà, mediato dal pitiglianese Cesare Sadun, segna la fine della fase pionieristica e apre un periodo di alta produttività grazie allo sfruttamento di un minerale con un tenore medio del 38% di mercurio. Non è certamente un caso che Osvaldo Strappa, nel suo studio pubblicato su «L'industria Mineraria», raccolga voci sulla vicenda personale di Sadun che, primo ad occuparsi del Siele su invito specifico degli abitanti della Contea di Santa Fiora, fini per morire pazzo, oltrechè povero, per non poter darsi una ragione del «tradimento» di due sorveglianti i quali, prima del suo fallimento e del passaggio della miniera ai Rosselli, si erano resi conto della ricchezza del minerale. La svolta del 1866 era sentita tale già dai contemporanei. Del resto, buon indicatore può essere quello del valore economico: acquistata dai Rosselli per 40.000 lire, già nel 1878 vennero offerti da una società francese 10 milioni di lire ad un Rosselli che rimase fermo alla richiesta dei 14 milioni di lire.

Di più, il successo dei Rosselli accompagnato da una crescente richiesta di mercu­rio, i cui prezzi nel mercato di Londra mostrarono una sensibilissima crescita almeno fino al 1875, stimolarono altre ricerche nella regione. Troviamo così un altro nome celebre, quello dell’ing. Filippo Schwarzemberg, uomo d’affari tedesco che su suggerimento del tecnico Theodoro Haupt avvia, tra il 1873 e il 1879, la coltivazione delle due miniere di Solforate e Cornacchino, situate entrambe nel Comune di Santa Fiora. Anche in questo caso gli inizi non furono semplici ma, affinando i metodi di esplorazione e di coltivazioni, la produzione divenne rilevante assai. Così nel 1890, la produzione di mercurio metallico nelle tre miniere suddette più in quella, di secondaria importanza di Reto-Montebuono (Sorano), sfiora le 450 tonnellate con 500 operai occupati tra miniere ed officine.

Il dato produttivo appariva triplicato rispetto a 10 anni prima e l’occupazione raddoppiata. E all’estrazione vera e propria seguiva il trattamento metallurgico del cinabro che consisteva, come noto, nell’arrostimento del minerale con appositi forni a storte fino a farne evaporare il metallo, parte allo stato puro, parte misto a fuliggine (i cosiddetti «neri»), per poi condensarlo nuovamente e raccoglierlo allo stato puro. E l’innovazione tecnologica che fu lentissima nella miniera, trovò invece interessanti applicazioni nelle officine allorché l’ingegnere boemo Vincenzo Spirek che, insieme a Cermak, aveva proceduto alla sperimentazione di un nuovo tipo di forno nelle officine del giacimento austriaco di Idra, si impegnò nella ristrutturazione delle officine di Siele, Cornacchino e Montebuono. Nel 1897, ultimato il lavoro di ristrutturazione, di particolare interesse risultavano i quattro forni «a torre», tre al Siele e uno al Cornacchino, progettati appositamente da Spirek per l’Amiata, in quanto capaci di consentire l’utilizzazione anche di minerali poverissimi. Ed ecco un primo calo dell’occupazione dopo il boom del 1890 a causa della ristrutturazione e del variare dei prezzi del mercato.

Non è questa la sede per seguire passo passo l’andamento produttivo e occupazionale delle varie miniere per il quale rimandiamo al già citato articolo di Strappa, ma invece sottolineare come alla fine dell’Ottocento e, ancora più nei primi decenni del novecento, con la apertura della miniera di Abbadia San Salvatore, si possa parlare di un’area mineraria amiatina ben caratterizzata e comprendente i comuni di Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio, Santa Fiora e Castell’Azzara. I sessanta minatori che precariamente nel 1860 lavoravano alla miniera del Siele diventano 200 alla metà degli anni 1870 poi 5-600 fino a raggiungere il migliaio nei primi del ’900 e, con l’apertura del Morone, 1606. Pur con sensibili variazioni l’occupazione complessiva si mantiene in questo ordine di grandezze per segnare i 2000 nel 1923 e mantenersi a tali livelli fino alla crisi degli anni ’30. Se risulta facile immaginare le dimensioni delle trasformazioni economiche e sociali messe in moto da tale «rivoluzione industriale», più complicato e degno di approfondimento è il processo di formazione del proletariato minerario e segnatamente il passaggio di braccianti, ma ancor più di piccoli e minimi proprietari agricoli e utenti di «Usi civici» in minatori. Questo non solo per indagare i termini reali delle nuove stratificazioni sociali, ma per sapere qualcosa di più definito sul salto di mentalità, di idee e di concezione del mondo, che la «rivo­luzione industriale», lontano dalla grande città, aveva comportato. In assenza di studi spe­cifici di storia sociale, bisogna ricorrere alle indicazioni di Duccio Tabet (1) sulle dinamiche della popolazione che indicano una netta resistenza alla tendenza allo spopolamento montano da lui denunciato degli anni ’20. Più efficaci risultano allora le descrizioni dell’epoca come questa di Romei del 1890 (2).

“Castell’Azzara adesso, mercé i grandi lavori minerari, ha preso un meraviglioso incremento. Vi è un borgo intiero che è costituito quasi esclusivamente da persone che gua­dagnano lavorando alle miniere. Alla strada principale di quello [...] molto opportunamente si suggeriva di dare il nome di Via delle Miniere o meglio anche, Via del Mercurio. Si trovano in quello stesso borgo e lungo la nuova strada comunale per Santa Fiora, anche le osterie e locande del paese, che nei giorni di festa sono molte e fors’anche troppo frequentate [...]. Oggi la classe più numerosa della popolazione è composta da operai, che quasi uniformemente vestono, nei giorni di lavoro i loro adattissimi abiti di fustagno. La festa poi vestono abiti più puliti ed indossati con montanara eleganza che fanno un vero contrasto con i loro antichi e rozzi costumi”.

E continua accennando alla crescita dell’istruzione, dell’educazione e ad una vivacità sociale che trova sedi di aggregazione nelle Società operaie delle miniere e delle bande musicali.

E il medico Giglioli, in un’indagine del 1909 sull’idrargirismo professionale, sottolineava come lo stato di salute generale della popolazione di Abbadia San Salvatore avesse subito una modificazione con l’apertura delle miniere che aveva comportato la nascita di «un’industria velenosa» dove le condizioni igienico-sanitarie della popolazione erano già precarie.

Altri osservano invece come Abbadia San Salvatore, negli anni ’20, venisse considerato uno dei paesi più ricchi della Toscana, mentre in precedenza “la borgata era costituita da un ammasso di casupole ad eccezione di qualche fabbricato di più nobile architettura [...] abitate da una popolazione addette in parte ad un poco redditizio lavoro rurale sul luogo, ed in massima parte emigrante temporaneamente nella vicina Maremma per pascolo o mietitura, da cui tornava povera di guadagni e ricca di infezione malarica...” (3).

La miniera dunque, come motore di una trasformazione economica e sociale più generale: la nascita della nuova classe dei minatori, la parziale separazione di questa parte della popolazione dalla terra e dal bosco per i tradizionali lavori di coltivazione, raccolta e allevamento delle pecore, il relativo miglioramento economico e un ingentilimento degli stessi costumi. Tuttavia sono proprio i medici socialisti a segnalare alcuni aspetti negativi del rapido processo di industrializzazione che in cambio della ricchezza o, per meglio dire della minore povertà richiede un impegno lavorativo duro e continuo nel sottosuolo e ai forni con conseguenze assai pesanti per la salute. Così, se si muore meno per la malaria importata dalla Maremma, il mercurio e i suoi composti attaccano senza pietà gli operai: il mercurialismo o idrargirismo professionale portava alla denutrizione, alla anemia, al de­perimento generale dell’organismo, mentre la silicosi portava alla bronchite cronica e all'enfisema polmonare.

Mi sembra opportuno sottolineare qui come l’interesse per la salute degli operai e dell’intera popolazione costituisse un interesse specifico per chi intendeva il socialismo non solo come aumento progressivo del reddito, ma come miglioramento generale della qualità della vita.

Non si trattava ovviamente di essere contro il lavoro minerario, ma di impegnarsi perché tale lavoro non venisse organizzato in modo tale da distruggere gli operai. Un’inchiesta del 1911 condotta con questionari presso i minatori di Abbadia San Salvatore e Castell'Azzara dal medico socialista Ettore Zannellini, offre un’immagine chiara e attendibile della situazione delle varie miniere. Gli operai vengono per lo più assunti dai 15 anni in avanti e licenziati quando «raggiungono quell’età per cui non possono più lavorare», (circa 70 anni ad Abbadia San Salvatore), gli interni lavorano in turni di otto ore (dalle sei alle quattordici e dalle quattordici alle ventidue), gli esterni dieci/dodici ore, percepiscono un salario che oscilla a secondo delle categorie da lire 0,80 a lire 2,80 nella maggior parte delle miniere, da lire 2 a lire 4 ad Abbadia San Salvatore, ma il dato più rilevante è l'uso continuo dei cottimi che se da un lato incrementava il salario giornaliero, dall'altro si traduceva in una sorta di autosfruttamento per l’operaio che, ad ogni costo, voleva guadagnare di più senza tener conto delle conseguenze sul piano igienico e delle patologie indicate. Fuori della miniera, le abitazioni piccole, con tre persone e più per stanza, sono considerate nell'inchiesta «antigieniche», «come stalle» anche perché gli industriali non hanno provveduto a costruirne, nonostante l'incremento della popolazione, se non per i capiservizio e i sorveglianti.

Molti minatori, anche per questa ragione, rimangono a far parte della famiglia contadina e aiutano nelle «faccende campestri», anche se, tendenzialmente, considerano i prodotti agricoli e il reddito corrispondente del tutto ausiliario rispetto a quello da operaio.

Del resto, come osserva Duccio Tabet negli anni ’30, si assisté nei primi decenni del Novecento, ad un fenomeno di «deruralizzazione» dei comuni minerari dell’Amiata che ebbe ripercussioni notevoli sullo stesso paesaggio montano. Si formarono grandi proprietà delle società minerarie a spese di poderi colonici e di piccole e minime proprietà lavoratrici con successivo rimboschimento ed eliminazione del pascolo, la vegetazione arbustiva degli scopeti venne usata per il combustibile nelle miniere con conseguente ulteriore ridu­zione del pascolo, l’occupazione industriale, infine, riduceva le semine, sia per la minore disposizione di braccia sia per i diminuiti bisogni, orientando il passaggio a forme di utilizzazione del suolo di più scarsa utilità. Va aggiunto che Tabet, che scrisse le sue riflessioni durante la crisi degli anni ’30, non poteva che accentuare gli effetti negativi dell’industrializzazione amiatina su un tessuto economico che, dalla fine dell'Ottocento, ruotava intorno all’industria estrattiva e che, proprio in quelli anni, constatava le conseguenze negative della riduzione di tutte le altre attività.

In realtà, nonostante gli squilibri e i gravi turbamenti che il rapido processo di industrializzazione comportò in una popolazione priva dei mezzi culturali e sociali per fronteggiare la nuova situazione, il passare del tempo e le nuove forme di sensibilità, create dall’esperienza stessa, contribuirono a far maturare l’intera società civile amiatina. Lo stesso Giacomo Barzellotti per attaccare il nascente movimento socialista, è costretto ad ammettere che il momento di svolta e di mutamento delle condizioni di vita non è avvenuto con l’unificazione ma con le miniere ed inoltre che «la coscienza e l’esigenza di ciò che dalle altre classi e dallo Stato potrebbe farsi per loro (le classi popolari, nda) le aspirazioni di un miglioramento sociale, giuste in sé e acuite dagli agitatori politici, hanno fatto strada anche qua».

Segnali di tale maturazione si hanno già negli anni ’90 con la fondazione della Società di mutuo soccorso sia nella miniera del Siele che del Cornacchino al fine di garantire ai soci operai l’assistenza e una parte della paga durante le assenze dal lavoro per malattie o infortuni. Un associazionismo, va detto, ancora sotto il beneplacito e il patrocinio delle Società minerarie che proseguirono per molti anni una politica di paternalismo industriale caratteristica, in genere, solo della fase pionieristica delle coltivazioni. Assai lento fu il processo di sindacalizzazione vera e propria: le condizioni di lavoro e di vita indicate, lo stato di isolamento quasi completo nei mesi invernali, quindi le difficoltà nel collegamento con tutti i centri maggiori sia della Toscana che del Lazio non favorirono certamente lo sviluppo di un associazionismo con chiari connotati di classe. Una sfortunata agitazione negli anni ’90 a Santa Fiora e l’assassinio di un dirigente della miniera del Siele non sembrano mutare il quadro ma anzi confermare come il ribellismo violento potesse sembrare l’unica alternativa all’assistenza reciproca.

È con il nuovo secolo che il socialismo si affaccia sull’Amiata in forma organizzata ed avvia quell’opera di politicizzazione e di organizzazione che consentirà la costruzione di quel tessuto associativo che è giunto fino ai giorni nostri.

Per la prima volta nel 1903 a Santa Fiora si sentì la parola del propagandista socialista e nel 1904 si festeggiò il Primo maggio ad Arcidosso con la partecipazione dei minatori santafioresi. Negli stessi anni nasceva a Castell’Azzara la Lega di resistenza tra i minatori, che intendeva porsi come controparte rispetto alla Società, e i minatori di Abbadia scesero in lotta per aumenti salariali. Contemporaneamente vengono aperte le prime sezioni del PSI: Santa Fiora con 10 iscritti e Abbadia con 14, il che consente una diffusione continua della stampa e della propaganda d’opposizione in un ambiente fino ad allora saldamente controllato dai conservatori e dal clero come dimostrano lo spoglio dei giornali locali e gli stessi risultati elettorali. Anche in questo caso, in attesa di una ricostruzione storico-critica delle vicende complessive del movimento operaio amiatino, che può essere solo il frutto di un lavoro di ricerca scientificamente impostato e opportunamente finanziato, possiamo dare qui solo alcuni punti di riferimento. Due le date di primaria importanza per le vicende dei minatori amiatini: il 1907 e il 1913. In entrambi i casi il risveglio politico e organizzativo sfocia in agitazioni e scioperi con la partecipazione della maggioranza degli operai. Nel giugno 1907, poco dopo il convegno nazionale dei minatori di Orbetello, furono gli operai della miniera di Abbadia San Salvatore a scendere in lotta per aumenti salariali, abolizione del lavoro notturno, riposo settimanale, presentando un memoriale ma l’intransigenza della Società Amiata, con la minaccia di licenziamenti, prevale dopo 38 giorni di lotta.

Nel 1913, quando ormai a livello provinciale il PSI riorganizzato ha ripreso in mano la direzione delle “Leghe minatori” dei due bacini della provincia, furono i minatori di Castell’Azzara, di Santa Fiora e di Selvena ad ingaggiare con le loro leghe una dura battaglia di oltre un mese che, tuttavia, si risolse in una sconfitta. Tali lotte non vanno valutate solo in termini sindacali: nonostante l’insuccesso, esse segnano punti di non ritorno nell’organizzazione operaia, nella crescita della coscienza di classe, nella capacità di mobilitazione che le Leghe riescono ad ottenere intorno ai propri obiettivi. L’impiego massiccio della forza pubblica, le provocazioni, la repressione nei confronti dei dirigenti della Lega da un lato, l’atteggiamento d’isolamento popolare nei confronti dei crumiri, i picchettaggi delle donne ai pozzi, dall’altro, danno il segno della durezza e della determinazione dello scontro. È da queste esperienze che emerge la necessità di un coordinamento effettivo tra tutti i minatori dell’Amiata che tro­va una prima risposta nel primo Congresso Regionale dei lavoratori del mercurio nel 1914.

Nonostante tutte le limitazioni connesse alla mobilitazione industriale durante la grande guerra, il livello organizzativo raggiunto sembra consolidarsi: una lettera pubblicata dal settimanale socialista locale a firma del segretario della Lega di Castell’Azzara, Guidotti, presenta un quadro confortante in cui si indicano ben nove agitazioni operaie sostenute colà con esito positivo. Premesse importanti per quel «biennio rosso» 1919-1920 che vide i minatori amiatini in prima fila nelle lotte per gli obiettivi della piattaforma comune a tutti i bacini, stilata nell’aprile 1919 (memoriale unico): i novantacinque giorni di sciopero alla miniera di Abbadia San Salvatore conclusisi con la vittoria, dicono quanta determinazione e compattezza il movimento avesse raggiunto. I «pigri» e disorganizzati minatori di cui parlava ancora nel 1915 la stampa socialista, lamentando la loro docilità verso i proprietari delle miniere, si erano trasformati, anche sul piano politico. Se il 19 giugno del 1892 il Corriere dell’Amiata aveva descritto la cerimonia dell’inaugurazione della bandiera della Società Operaia di Santa Fiora con un tranquillo quadretto di famiglia in cui figurava il Conte Sforza Cesarini, il deputato conservatore avv. Sorani e l’arciprete benedicente, con gli operai grati e festanti, nel 1919-1920 era la stampa socialista a gridare alla vittoria per la conquista della maggioranza dei voti alle politiche e quindi dei comuni alle elezioni amministrative ad Abbadia San Salvatore, Castell’Azzara, Santa Fiora e Piancastagnaio.

Ideali e speranze politiche innestandosi in una situazione sociale che presentava forti squilibri fece crescere un movimento politico socialista a forti tinte massimaliste che aveva nei minatori la sua base sociale fondamentale capace di aggregare la maggioranza della popolazione dei borghi. L’Amiata mineraria diventa così quell’Amiata “rossa” che sopravviverà alla chiusura delle miniere almeno in termini di comportamentI elettorali per tutto il Novecento, nonostante fenomeni di disgregazione sociale e di discontinuità politiche che ne hanno trasformato il tessuto sociale e la cultura politica, a dimostrazione di quanto sia stato il peso della “rivoluzione industriale nella storia dell’Amiata contemporanea.

 

1. D. TABET, Monte Amiata, Firenze, 1936

2. ROMEI, Le miniere del M. Amiata. Notizie storiche e corografiche, Firenze, 1890)

3. GIGLIOLI, Ramazzini, 1909

 

 

 

Le miniere e la presenza ebraica

 

di Leoncarlo Settimelli

 

Occuparsi di miniere e minatori di Santa Fiora mi ha convinto che la storia di questo importante periodo della vita sociale ed economica dell’Amiata sia ancora tutta da scrivere. Ci vorrà tempo e ci vorranno molte ricerche. Ma qualcuna consente già di sollevare interrogativi su alcuni aspetti secondari eppure inquietanti. Per esempio: qual’è stato il rapporto tra gli imprenditori, tutti di origine ebraica e tutti estranei alla montagna, la popolazione di Santa Fiora e le istituzioni?

 

Gino Galletti (1), ricercatore attento di leggende e canti popolari, ci fornisce una prima risposta nel riferire degli usi e dei costumi di Santa Fiora nel 1911.

«... Gli assenti - egli scrive - ci sono anche nel giorno di festa, e il maggior numero di questi assenti è composto dalle ragazze che hanno lasciato il paese per cercare il servizio a Firenze, a Genova, a Roma, a Livorno; e siccome il canto spontaneo è come il fior del ricordo e riavvicina, con l’immagine, i luoghi cari, così esse cantano:

 

                                                      Bella mi’ Santa Fiora, dove sei

                                                     Dimmi le tue ragazze dove l’hai

 

E quelle che si trovano a Livorno completano il canto con l’autorisposta:

 

                                                   Sono a Livorno per servir gli Ebrei.

 

Verso volgaruccio, quest’ultimo, che contrasta coi due primi pieni di sentimento, nostalgico, e che non corrisponde nemmeno alla verità, perché sembrerebbe che non ci fossero che Israeliti a Livorno o che presso di questi soltanto fossero le Santafioresi al servizio...»

 

Credo che il Galletti abbia inteso male o si sia trovato di fronte ad una unica eccezione. Poiché il canto appare tipicamente maschile, né si può pensare che la sua struttura sia divisibile, trattandosi di una terzina. Insomma, il canto esprimeva un notevole risentimento verso gli ebrei, indirettamente “colpevoli” di trascinare giù dalla montagna un cospicuo numero di ragazze e di sottrarle al naturale rapporto coi loro compaesani.

Si vadano poi a leggere le opere degli studiosi che ricostruiscono la genesi delle miniere. Una delle più recenti è quella di Osvaldo Strappa (2) , pubblicata nel 1977. In essa le vicende minerarie vengono così descritte:

«L’attività mineraria moderna ebbe inizio dal fatto che un pecoraio di Castell’Azzara, Domenico Conti, detto «Mecone», dopo le piogge autunnali del 1841 raccolse nel Botro del Confine, fra il Diaccialetto ed il Puntone pulito, sulla riva destra del fosso Siele, 40 libbre toscane di pezzi di cinabro quasi puro e li vendette come materia colorante al farmacista di Pitigliano (3). Da tempo immemorabile era in uso a Castell’Azzara marcare pecore e capre con i pezzi di cinabro rinvenuti di tanto in tanto lungo il fosso Siele, che nella parte alta veniva allora chiamato “Fosso dei Pratelli”. In quel tempo a Pitigliano prosperava un’abbastanza numerosa comunità ebraica ed il farmacista, anche lui ebreo, colpito dalla ricchezza del minerale, ne inviò alcuni campioni ai suoi parenti di Livorno.

Qui si conosceva benissimo il valore del cinabro e del mercurio, anche perché il suo commercio, avendo i Rothschild l’appalto delle vendite di Almadén ed i Brandeis quello delle vendite di Idria, era tutto in mano israelita (4) .

Dopo anni di discussioni e progetti, nel 1846 i fratelli Angelo e Salomone Modigliani, di Livorno, insieme al cognato Cesare Sadun, di Pitigliano, mediante un tale Paolini, definito «persona molto scaltra», acquistarono i diritti di escavazione nelle comunità di Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio e nella Contea di Santa Fiora che comprendeva anche il territorio di Castell’Azzara e Selvena. Proprio a Castell’Azzara il 7 agosto 1846 i fratelli Antonio, Guglielmo e Bernardino Conti cedevano a Salomone Modigliani il diritto di “effettuare in perpetuo la escavazione mineraria di ogni materia nei loro terreni di Diaccialetto e Pigelletto, situati nella Comunità di Piancastagnaio e nei terreni di Porcarecce ed Impresa situati nella comunità di Santa Fiora [...]” Il 5 dicembre 1846 venne costituita a Livorno la “Società Industriale Stabilimento Mineralogico Modigliani”, con un capitale nominale di 80.000 lire toscane suddivise in 8 azioni. In realtà furono versate solamente 36.000  lire toscane.

I primi lavori cominciarono nel 1847» ma non dettero buoni risultati e i soci Modigliani, Dalgas, Soria e Bonaventura si ritirarono dalla società. «Rimase Sadun che sborsò agli uscenti 28.560 lire toscane [...] Venne assunto l’ing.Burci [...] Ripresero le speranze, ma non le finanze di Sadun al quale un altro ebreo livornese, Emmanuele Rosselli, prestò 5.580 lire [...] Il Rosselli non volle più impegnare denaro e Sadun fu costretto a dichiarare fallimento. Con la speranza di recuperare qualcosa la miniera venne messa all’asta, la base fu fissata in 340.000 lire ma andò deserta.[Una nuova perizia ridusse il valore a 80.000 lire, ma l’asta andò ugualmente deserta per tre volte]. Il prezzo base scese nuovamente finché la miniera fu aggiudicata a Felice Bonaventura per 21.000 lire e ceduta da questo nel 1864 ad Emanuele Rosselli per 40.000 lire. Così Sadun, dopo 17 anni di lavoro, si trovò senza miniera e senza denaro, la sua disperazione fu tale che perdette quasi la ragione. In seguito fece causa al Rosselli, la perdette e morì in miseria. Molto tranquillamente il Rosselli lasciò dormire la miniera per quasi un quinquennio, si associò all’ardente patriota Sara Nathan che aveva sposato un Rosselli, chiamò alla direzione l’ingegnere francese Pétiton e nel 1870 la produzione fece un balzo. Era stato scoperto il giacimento intatto ed il minerale aveva un tenore favoloso di quasi il 38% di mercurio [...] La ricchezza del minerale fu quella che contribuì maggiormente a condurre Sadun (5) ai limiti della pazzia, perché correva voce che il sorvegliante della miniera, un Bani di Santa Fiora secondo alcuni, un Ricciarelli di Castellazz’ara secondo altri, avesse trovato il minerale ricco prima del fallimento ed avesse taciuto perché pagato dal Rosselli. Lo sviluppo della miniera fu rapidissimo...»

Fin qui lo Strappa. La controversia Sadun-Rosselli è in realtà molto più complessa di quanto egli non abbia ricostruito, facendolo indulgere alla tesi del complotto ordito dal Rosselli nei confronti di Sadun.

A leggere le carte della causa intentata da quest’ultimo (cosa che abbiamo potuto in gran parte fare), gli avvenimenti  non appaiono infatti  così chiari e si trae invece l’impressione che Sadun abbia agito con leggerezza, non possedendo i capitali necessari ad iniziare una così costosa attività. Risulta anzi che, dopo aver convinto il Rosselli a subentrare al Modigliani, egli si facesse prestare dal Rosselli stesso le somme necessarie per poter acquisire dalla vecchia società le sue parti di proprietà. Il Tribunale di Siena, comunque, stabiliva nel 1864 che la condotta dei Rosselli era stata cristallina, ma dichiarava sciolta la società e metteva la miniera all’asta, affidando a Luigi Bani l’incarico di proseguire nella sua amministrazione. Lo stabilimento veniva quindi messo in vendita, senza che nessuno si facesse avanti per acquistarlo, mentre i conti risultavano in perdita. Rosselli trovò allora nella signora Nathan il socio che andava cercando per imprimere alla miniera quella svolta consistente in migliorie e acquisto di nuovi macchinari che avrebbero consentito finalmente di renderla produttiva. Il 9 aprile 1877 anche il tribunale di Livorno dava ragione al Rosselli con questa sentenza: «...Rigetta la istanza incidentale per ammissione d’interrogatorii avanzata dal sig. Cesare Sadun e quindi rigetta pure tutte le istanze di merito promosse dallo stesso sig.Cesare Sadun con citazione del 6 aprile 1875... contro il sig. Emanuele Rosselli e assolve il detto sig.Rosselli dalle cose tutte contro di lui domandate nel precedente giudizio e condanna il sig.Cesare Sadun a favore dello stesso sig.Rosselli nelle spese per la tassazione delle quali delega il Giudice sig.Raffaele Guerrieri».

Tutta la ricostruzione fatta dallo Strappa - che discende a noi pare quasi alla lettera da quella fatta da Massimiliano Romei, salvo la definizione di «speculatori livornesi» che il Romei usa e lo Strappa no - è punteggiata da annotazioni che sembra tendano a mettere in cattiva luce gli ebrei livornesi. Non sappiamo se lo Strappa può essere, per origine, accomunato all’Amiata. Di fatto la sua ricostruzione e il suo linguaggio sembrano riallacciarsi ad un generale atteggiamento di ostilità verso gli ebrei riscontrabile sulla montagna. E’ vero che in alcune epoche essa ha costituito un rifugio per molti di loro - ne sono testimonianza a Santa Fiora la Piazza del ghetto, a Castel del Piano il “fosso degli ebrei”, a Piancastagnaio la “fontana degli ebrei” – ma sappiamo anche che ciò avvenne per decisione dall’alto, e cioè di quei governanti che, come si può evincere da molti documenti (6) , dovevano poi emettere bandi pubblici per tutelare le comunità ebraiche a fronte di offese,  atteggiamenti di scherno, disturbo. 

L’evento più grave è senza dubbio quello che si verificò a Piancastagnaio nel 1673

e che viene narrato dal Barzellotti (7) come prova della «avversione vivissima del popolo contro gli Ebrei, profonda, si noti, anche ora [cioè nell’800], se non così generale come a quel tempo» quando una bambina ebrea di sei anni di nome Sara, figlia di Efraim Passigli e Rosa Spagnola, si presentò in chiesa dicendo «volersi fare cristiana...

D’ora in poi il piccolo paese... non vivrà per quasi un mese che della vita intensa della passione religiosa... dal desiderio e dall’aspettativa inquieta di veder battezzata “l’ebreina”».

Per i loro genitori “la bambina era stata rubata”, cioè indotta ad abiurare dietro pressioni. Di fatto ne nacque una sommossa violentissima, con caccia agli ebrei. «Era, per le vie di Piano e fuori – scrive ancora il Barzellotti - una caccia all’ebreo, fatta a colpi di sasso dai ragazzi, fra le grida e gli eccitamenti furiosi delle donne...» e intervento di truppe granducali, che si risolse soltanto molto tempo dopo grazie alle autorità fiorentine, che sottrassero la piccola Sara agli indemoniati abitanti di Piancastagnaio, restituendola ai genitori.

Fortunatamente non così violento, ma ai limiti della perfidia e dell’intolleranza, il trattamento riservato agli ebrei proprio a proposito della vicenda mineraria. Ce lo racconta Massimiliano Romei (8) , già sindaco di Santa Fiora e testimone per nulla salomonico, essendo egli stesso per lunghi anni in causa coi Modigliani e i Rosselli quale discendente dei Menichetti che, insieme con i Conti, avevano venduto agli imprenditori livornesi i terreni sui quali sorgeranno le miniere. Eran passati due secoli dai fatti di Piancastagnaio, e fortunatamente qualcosa era cambiato. Ma per le pie donne della montagna, avere a che fare con gli ebrei era cosa che suscitava parecchio disturbo.

Scrive il Romei che nelle trattative per l’acquisto dei terreni «non mancava affatto l’elemento femminile. “Questo era rappresentato dalla nostra carissima e vecchia madre, Rosa Menichetti, che educata in un ritiro monacale a Siena, e sorella di due sacerdoti, uno dei quali dimorante in quella stessa città, ove era vicario generale, aveva essa idee religiose non troppo tolleranti, e le sue quotidiane occupazioni per l’andamento interno della famiglia, e le cure continue per gli ospiti delle miniere, non le impedivano di occuparsi anche a suo modo della direzione delle coscienze. Esigeva assolutamente, che il Bonaventura e il Mecher [due tra i primi soci di Modigliani, il primo acquirente dei terreni], non cattolici, frequentassero religiosamente le chiese di Castell’Azzara, ed intervenissero alle sacre funzioni. Essi, o per deferenza alla Zi’ Rosa, che così la chiamavano, o perchè il Bonaventura da uomo accorto capiva che accettando quei consigli, era lo stesso che cattivarsi largamente la stima degli allora patriarcali castellazzaresi, andava anche alla messa cantata. Lo abbiamo veduto qualche volta noi stessi, inginocchiato davanti l’altare a testa bassa, a mani giunte, e con contegno tanto edificante, da rendersi ammirato da quei buoni montagnoli. Così la coscenza timorata della Zi’Rosa restava soddisfatta, ed anche il Bonaventura trovava il terreno meglio disposto per combinare i suoi lauti affari minerari...”.

Evidentemente, se gli affari erano affari per gli ebrei livornesi, neppure Zi’Rosa si peritava di mescolarli con la fede, umiliando i suoi ospiti a biascicare litanie cattoliche, proprio sapendo che appartenevano ad altra religione.

Dovettero passare molti anni perché i desideri di redenzione di Zi’Rosa si realizzassero e i segni di una presenza ebraica scomparissero definitivamente dalla miniera del Siele grazie alle leggi razziali promulgate nel 1938 dal fascismo, leggi che spogliavano gli ebrei dei loro diritti (mentre va dato atto ai Modigliani, ai Rosselli, agli Schwarzenberg, di non avere mai preteso di issare stelle di David sulle miniere, né di avere mai osteggiato che negli spazi lavorativi i minatori ponessero madonnine e croci, come avveniva al Siele).

Si sa che i Rosselli usavano però dare alle gallerie i nomi dei propri familiari: una della più famose e vecchie gallerie portava il nome di Emilia, moglie di Raffaello. Le altre erano state battezzate Modigliani, David, Sabatino e un pozzo recava pure il nome di Ernesto Nathan, che fu al Siele per parecchi anni come ingegnere, prima di diventare il più famoso sindaco di Roma (9). Del resto, se Nathan era massone e laico, neppure i Rosselli risultano grandi frequentatori di sinagoghe, se si esclude l’occasione di un giuramento fatto fare a Sadun (10) davanti al rabbino livornese.

I Rosselli si divisero invece politicamente: una parte, quella livornese, fu con il fascismo. Del resto in Italia non furono pochi gli ebrei che vi aderirono, prima che sopravvenissero le leggi razziali. Nel 1924, quando Mussolini era salito fino ad Abbadia San Salvatore, giungendo da Roma «in automobile pilotata da lui stesso» - come scriveva Il Telegrafo del 1 settembre - aveva al proprio fianco l’ing. Luzzatti, certamente ebreo. E lo aveva citato pubblicamente, per dire che «c’è un interesse comune ai datori di lavoro ed ai lavoratori. Guai a chi varca certi limiti...» per chiarire più avanti che «il sindacalismo fascista è molto migliore, molto più utile a voi e alle vostre famiglie del sindacalismo rosso che con la pratica della lotta di classe, diventata norma di azione quotidiana, scavava un abisso inseparabile tra cittadini e cittadini, tra i figli della stessa terra» (fu anche il discorso nel quale, dopo il delitto Matteotti, il “duce” affermò che «il giorno in cui le opposizioni... uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, quel giorno, noi, di costoro faremo lo strame per gli accampamenti delle camicie nere»).

Un’altra parte dei Rosselli, quella abitante a Firenze, rappresentata da Carlo e Nello, fondatori del movimento Giustizia e Libertà e uccisi in Francia nel 1937 per mano di sicari fascisti appoggiati dalla “Cagoule” francese, fu invece contro il fascismo. E in maniera attiva, intensa, clamorosa, come sappiamo.

A proposito di questa netta divisione, scrive Carlo (11) nel 1927, dal carcere di Savona - dove si trova per avere organizzato la fuga del leader socialista Turati - alla moglie Marion: «[...] Da un mese in qua leggo quasi ogni giorno nuove, relative all’attività sportiva dei Bonzi, dei Rosselli di Livorno, ecc. Mi fa un buffo effetto! Come è vario l’uomo anche in un mondo piccolo come il nostro. Io qui a rodermi e disperarmi per lo stato d’Italia. Loro ai tennis mondani facistizzati a esibirsi in cavalleresche tenzoni tra dame e cavalieri. Inutile ribellarsi. Il mondo è sempre stato così. Conforto sicuro però il sentirmi migliore, più in alto di tutti costoro...».

Erano stati questi Rosselli "fascistizzati", evidentemente, che al Siele, molto prima delle leggi razziali, per convinzione o condiscendenza verso il regime, avevano battezzato una galleria col nome di «Balilla». Ma le altre, come si è visto, mantenevano i nomi di padri, mogli, figli, sorelle.

Però, come scrive G.Battista Vicarelli (12), «nel ventennio fascista tutti i nomi dei ricchi ebrei furono, con sacro orrore, cancellati: avemmo allora il pozzo Littorio, il pozzo Dux, il Rex, il pozzo Autarchia [il pozzo n.1]». Più che “nel ventennio” questa decisione deve essere stata presa all’indomani della leggi razziali e quando la società Siete passò di proprietà, escludendo del tutto le famiglie ebraiche. Capitolo questa che per ora lasciamo in sospeso, gravido com’è di altre considerazioni e bisognoso di attente ricerche.

Il Vicarelli ci informa poi di un altro episodio significativo, e cioè quello riguardante la nuova genesi della scoperta delle miniere,  pubblicata sull’Italia mineraria (13) . L’anno è il 1938, cioè esattamente quello della promulgazione delle leggi razziali che mettevano fuori legge gli ebrei e i loro beni. Si voleva dunque che scomparisse ogni traccia dell’apporto ebraico a quell’industria mercurifera che tanto sarebbe servita al fascismo.

Scrive dunque la rivista: «Quelle del Monte Amiata (miniere di cinabro), furono per così dire riscoperte nel secolo scorso in maniera romanzesca. Fu nel 1848. Un vecchio mercante di lane scappò un bel giorno in fretta e furia da Pitigliano, appena ebbe sentore che s’era verificato qualche caso di colera. Prese la via delle selve diretto a Castell’Azzara, ove aveva amici sicuri. Strada facendo si imbatté, in una radura, in un pastore intento a segnare il vello delle pecore con delle gran croci tracciate con un sasso rutilante, che vi imprimeva vivide tracce. Raccoglie un di quei sassi, prosegue il viaggio, si alloga presso i Conti di Castell’Azzara, compra la loro lana, si traccheggia in altri negozi. Ed intanto spedisce il sasso ad un suo cugino farmacista in Livorno. Presto viene il responso: il sasso è cinabro, e ricchissimo. Il vecchio ricalca la strada della fuga, identifica la plaga del pastorello - l’odierna miniera del Siele -  ottiene dal proprietario della boscaglia il diritto di fare scavi promettendogli un cinquanta per cento del ricavato. Comincia così da allora e dura novant’anni, l’escavazione del cinabro e la produzione del mercurio che fino al 1900 si aggirò intorno alle 250 tonnellate annue ed è, oggi, tre volte tanto...».

Ecco dunque che Mecone diventa un pastorello intento a marchiare le sue pecorelle, Pitigliano un luogo dove scoppia il colera (un auspicio dei difensori della razza per quella cittadina di illustri tradizioni ebraiche?), il farmacista diventa livornese e tutto assume i contorni di una vecchia fiaba da raccontare davanti al camino nelle sere d’inverno.  

Aggiunge il Vicarelli  che «non si deve dimenticare che il Poggiali scriveva in un’epoca, in cui solo facendo il nome di ebrei, si poteva essere accusati di favoreggiamento per una razza, ingiustamente, invisa e perseguitata. Dall’opera del Poggiali ha attinto il compilatore di Conoscere, enciclopedia di cultura, ed.Frat.Fabbri, Milano, vol.II, pag.348, cadendo naturalmente negli stessi errori».

Così, negli anni ruggenti del fascismo, veniva cancellata ogni presenza ebraica sull’Amiata.

Ma proprio a Santa Fiora, una lapide all’interno dell’ex scuola elementare, ora USL. ricorda solennemente che il terreno venne donato da Emanuele Rosselli. Ci si può domandare come mai, negli anni del fascismo, non sia stata rimossa. Una dimenticanza? Può darsi. 

 

Note

1. Gino Galletti, Nel Monteamiata, Saggio di letteratura popolare, Canti tradizioni leggende usi e costumi di Santa Fiora, Casa editrice S.Lari, 1913.

2. Osvaldo Strappa, STORIA DELLE MINIERE DI MERCURIO DEL MONTE AMIATA, in L’Industria mineraria, 1977.

3. Lino Conti, uno degli ultimi tre discendenti della famiglia, ha visitato la Mostra Miniere e Minatori, consegnandosi una serie di documenti a sostegno delle sue tesi, le quali consistono nell’affermare che Domenico Conti, cioè “Mecone”, non era un semplice pecoraio, ma il figlio di Antonio, uno dei tre Conti, proprietario del terreno sul quale sorgerà lo stabilimento del Siele. Sosteneva di avere il pallino degli affari, e la presenza del cinabro nei suoi terreni - cinabro che, mischiato a olio di lino, serviva a marchiare le pecore con il disegno di una rosa - gli fece balenare l’idea di un possibile redditizio commercio che lo affrancasse dalla dipendenza del severo genitore. Per questo si recò a Pitigliano «dove gli ebrei - dice Lino Conti - lo fecero divertire e lo convinsero a perorare presso padre e zii l’idea di vendere i terreni... ». Lino Conti ci ha anche fornito l’atto di vendita:

«L’anno 1846 e il giorno 27 del mese di Maggio in Castellazzara, comunità di Santafiora... i Sigg. Antonio, Guglielmo e Bernardino del fu Giuseppe Conti, fra loro fratelli possidenti domiciliati a Castellazzara suddetta, insieme ed in solidum, obbligati di loro certa scienza e libera volontà e i suoi eredi e successori di ragion propria, cedono e concedono al sig. Salomone del sig. Joseph Modigliani, negoziante, domiciliato a Livorno e per esso assente al sig.Pasquale del fu Natale Pavolini, domiciliato a Pitigliano in forza di special mandato di procura stipulato in Livorno sotto il 20 maggio corr. Debitamente registrato in Livorno suddetto, ed in detto giorno ecc... il diritto perpetuo giammai prescrivibile e liberamente cedibile di procedere alla escavazione ed esplorazione nei terreni di pertinenza di detti Signori fratelli Conti denominati il Diaccialetto ecc... posti nel territorio di Castellazzara comunità di Santafiora e ciò a qualunque profondità ed in ogni parte della loro estensione onde ricercare nelle loro viscere e far propri del sig. signor compratore sudd. Qualsiasi materia tanto minerale quanto salina, pietre di qualunque specie, lagoni e quanto altro si possa trovare in seguito all’escavazione ed esplorazione che sopra ed avere tenere e possedere mediante la clausola del costituto, costituzione di procuratore, cessione pienissima di tutte le ragioni relative al diritto di escavazione, esplorazione competenti a detti sigg. Fratelli Conti venditori e con la promessa della difesa Generale generalissima dell’evizione in amplissima forma di ragione; e ciò con i seguenti patti e condizioni: 1) che sia permesso al sig. compratore... 2) che sia in libera facoltà del sig. compratore e i suoi erigere a proprie spese nei terreni suddetti edifizi, case, capanne, forni ecc.... con obbligo del medesimo compratore e suoi di pagarne in effettivo contante il prezzo della superficie che verrà occupata con detta costruzione, da liquidarsi in via amichevole; 3) che il prezzo di detto acquisto di diritto di escavazione, esplorazione debba consistere nel 5% lordo delle materie che di mano in mano verranno estratte dalle viscere del terreno, qualunque ne sia la specie da consegnarsi in natura ai rispettivi venditori e suoi a misura delle estrazioni che verranno eseguite, dovendo l’altro 95 % spettare ed appartenere al compratore e suoi; ben inteso per altro che ove i lavori non solo di escavazione e di esplorazione ma anche di costruzione fossero eseguiti nei terreni lavorati o boschivi, debba il sig. compratore e suoi pagare in effettivi contanti ai suddetti venditori e suoi l’importare del guasto che con detti lavori verrà a recare alla coltivazione o alle piante, da liquidarsi dalle parti in via amichevole.; 4) Che detto prezzo di acquisto viene espressamente dichiarato essere riconosciuto giusto...; 5) ... ; 6)...; 7)...; 8)...; 9) Resta inoltre convenuto che nel caso che dal signor compratore e suoi, nel corso di 15 anni a contare da oggi, non fosse stato mai posto mano a qualunque benché minima escavazione ed esplorazione nei suddetti terreni, si dovrà allora intendersi sciolto il presente contratto ed ognuno tornato nelle primitive ragioni ecc...».

Per il resto, Lino Conti che i propri avi non riuscirono a far valere i loro diritti, dal momento che i tribunali furono tutti favorevoli ai Rosselli (subentrati a Modigliani e soci) e questo per motivi di vincoli ebraici e massonici. Uno solo dei discendenti, Ermenegildo Conti (1852-1935) che Lino definisce “zio” ma che dalla genealogia risulta essere nonno, intentò nuove cause ma senza risultato, anzi riducendosi in miseria a causa delle spese legali. Tanto che il figlio Giuseppe (padre di Lino), fu costretto a procurarsi un posto in miniera, racimolando 1.500 lire e acquistando il posto di lavoro da tale Vincenzo Vicarelli.

Ecco la trascrizione del documento che attesta il fatto e del quale possediamo fotocopia:

«(Bollo da L.1 e bollo con la scritta “Aumento per addizionale”). Castellazzara,. 16 aprile 1929. Per la presente apparisca e sia noto, come il Sig.Vicarelli Vincenzo, fu Benedetto, per accordi presi col Direttore della Miniera del Morone, cede il suo posto di lavoro al Sig.Conti Giuseppe di Ermenegildo, il quale fin da domani assume il detto posto di lavoro alla Miniera suddetta. Tale cessione non è temporanea, ma per sempre e dipende dalla sola buona condotta del Conti di mantenersi il posto del lavoro.

Per tale cessione il Conti corrisponde al Vicarelli, come compenso unico e totale, la somma di Lire Duemila, delle quali Millecinquecento il Conti le versa oggi stesso e il Vicarelli gliene rilascia colla presente regolare ricevuta in conto e le rimanenti Cinquecento il Conti si obbliga a versarle ai primi di Agosto. Così combinato le parti si sottoscrivono coi testimoni... appresso: Vicarelli Vincenzo Conti Giuseppe Menichetti Ferdinando test. Torlai Giuseppe teste Castellazzara 31 luglio 1925 Dichiaro io sottoscritto di avere ricevuto oggi stesso da Conti Giuseppe di Ermenegildo la somma di Lire Cinquecento a saldo mio avere, come da atto soprascritto in data 16 aprile 1925. Ripeto L.500. Vicarelli Vincenzo».

Aggiunge Lino Conti, in un volume di prossima pubblicazione che «in quanto a noi, si fu accolti in altri stati; perciò troviamo Luigi nell’Hainaut, dove in luogo raggiunse alti meriti nell’arte [mineraria]; mentre Franco, dopo un lungo periodo trascorso in Sudafrica [sempre lavorando in miniera], fu insieme a noi sulle rive del Reno, ospiti di quelle popolazioni alle quali Innocenzo e Torquato II avevano offerto la loro opera». Insomma, quelli che una volta erano i proprietari dei terreni sui quali sorse la miniera del Siele, gli ultimi, Conti dovettero farsi minatori all’estero.

4. «Unica eccezione a questo quadro nero [la condizione degli ebrei in Italia] è rappresentata dalla città di Livorno, di recente creazione, che il Duca di Toscana voleva far assurgere a porto di rilevante importanza per il suo stato. Per raggiungere questo scopo dovette rilasciare a Livorno la qualifica che oggi si chiamerebbe di “città di sviluppo”, con tutte le conseguenze che il provvedimento poteva avere all’epoca. La città fu resa quasi “franca”, vi potevano cioè trovare rifugio tutti coloro che avevano conti in sospeso con la giustizia, ricercati, perseguitati politici, delinquenti. Tutti dovevano però impegnarsi a lavorare duramente per la costruzione della città e per il suo sviluppo. Livorno ebbe così leggi speciali che facilitarono l’afflusso degli ebrei da ogni parte non solo d’Italia ma anche e soprattutto di Spagna. E furono di fatto gli ebrei ispano-levantini a trasformare Livorno in un grande emporio del Mediterraneo. [...] Qui, alla metà del ‘700, troviamo 7.000 ebrei su una popolazione di circa 60.000 anime. Gli ebrei furono l’anima dello sviluppo economico di questa città di mare... Paludoso, malarico, il territorio intorno a quello che era un villaggio poverissimo con un insignificante approdo, non poteva invogliare con la sua sfida pionieristica gente già sistemata altrove. Solo chi doveva per un motivo o per l’altro lasciare il proprio paese poteva avere motivazioni sufficientemente forti per lasciarsi tentare... Gli ebrei sembravano i destinatari giusti per questi appelli. Eppure il grande afflusso ebraico a Livorno venne piuttosto dai vaganti nipoti e bisnipoti degli ebrei scacciati dalla Spagna piuttosto che da altri, italiani o tedeschi. Gli ebrei di Livorno giunsero a godere di una libertà e di un riconoscimento dei propri diritti di “nazione ebrea”, quali la collettività ebraica in Italia non avrebbe più goduto se non ai nostri giorni» (Luciano Tas, STORIA DEGLI EBREI ITALIANI, Newton Compton editori, 1987)

5. Il grado di parentela tra Cesare Sadun (era lui o no il farmacista?) e i Modigliani di Livorno non è ben chiaro ma NELL’EBREO ERRANTE, GUIDA AI LUOGHI EBRAICI TRA ARTE E STORIA NELLA MAREMMA COLLINARE, di Riccardo Pivirotto e Monica Sideri, ed. Best-Service (Orbetello) si legge che la preparazione dell’arazzo «riproducente i Dieci Comandamenti “Parokhet per Shavuot” che in origine copriva l’Aròn» fu eseguita da quattro giovani donne vergini ebree, una delle quali Rahel Modigliani. Pitigliano vantava allora una numerosa comunità israelita, dovuta all’afflusso “degli ebrei perseguitati nello stato della Chiesa”. Nel 1810 la comunità ebraica contava 243 membri e 53 famiglie, alcune ricche, altre poverissime » (Giuseppe Celata, GLI EBREI A PITIGLIANO - I QUATTRO SECOLI DI UNA COMUNITÀ DIVERSA, 1995). Nel 1886, una delle famiglie più numerose era quella dei Sadun, con 43 membri, inferiore solo a quella dei Servi, con 58 membri. Ma le notizie su Cesare Sadun sono assai scarse. Franco Paioletti, che ha svolte alcune ricerche su mia richiesta, mi ha scritto che «l’ebreo Cesare Sadun risulta, nell’anno che va dal 1840 al 1855, tra i nomi delle famiglie più agiate, assieme alla famiglia Ajò, che abitavano a Pitigliano. Il Sadun è citato anche per lo sfruttamento delle miniere di mercurio del Monte Amiata. Nel 1841 Cesare Sadun si occupa del censimento della popolazione ebraica di Pitigliano e compila, al posto del Rabbino, il registro anagrafico e per l’esattezza in quell’anno la Comunità ebraica ammontava a n.359 unità. Nell’anno 1855 troviamo ancora il Sadun alla direzione del Pio Istituto Consiglio. Fu designato a questo incarico, come persona di fiducia, dalla stessa Affortunata Consiglio, ebrea benefattrice e fondatrice del succitato Pio Istituto». Queste brevi note biografiche contribuiscono a rendere il Sadun meno misterioso e pasticcione di quanto non appaia dalle descrizioni del Romei e dello Strappa.

6. In TRACCE  1996  e 1998, a cura di Lucio Niccolai.

7. Giacomo Barzellotti, MONTE AMIATA e il suo Profeta, Fratelli Treves editori, 1910

8. Massimiliano Romei, LE MINIERE DEL MONTE AMIATA, Notizie storiche e corografiche, Firenze, Le Monnier, 1890.

9. «Nel 1871, all’indomani della presa di Roma, nella Camera italiana si contano 11 ebrei ed è addirittura ebreo, tra il 1907 e il 1913, l’unico sindaco di Roma ad avere portato in pareggio il bilancio, Ernesto Nathan. E’ un fatto che provoca rumore ed è naturalmente polemico che a primo cittadino della città sacra al cristianesimo sia chiamato un ebreo. Nathan ricoprì con dignità, capacità e bravura la sua alta carica. Di lui ebbe a dire lo stesso pontefice allora regnante che sembrava “l’unico cristiano del consiglio comunale”, perché in mezzo al laicismo ed alla massoneria trionfanti, Nathan, che era laico e massone, non si fece mai fuorviare da passioni o da atteggiamenti faziosi».

10. Si tratta del  giuramento da lui fatto in data 15 febbraio 1865 davanti al Rabbino  Salomone Leone di Livorno (e del quale abbiamo ritrovato copia), nel quale egli promette e giura

«sopra i santi Telefillin [“gli astucci di pelle contenente pergamente e su cui sono scritti quattro brani della Bibbia; legati alla fronte ed al braccio sinistro (per significare il cuore) vengono indossati per le preghiere del mattino”, Celata, op.cit.] che non sarò mai ad insorgere direttamente, o indirettamente, da me stesso, o mediante interposta persona o sotto qualunque siasi pretesto o causa, né permetterò mai che insorgano né il rappresentate del mio fallimento, né il curatore rappresentante dei miei figli, né i miei figli medesimi [...] ben sapendo che violandola in qualsiasi modo mi esporrei alle pene temporali e spirituali dello spergiuto. Al seguito di tale richiesta io sottoscritto Rabbino ho fatto al Cesare Sadun un’ammonizione facendogli conoscere la importanza e santità del giuramento che voleva prestare ed i danni che gli potevano venire dallo spergiuro, e ciò nei termini indicati nella circolare della R.Consulta del 18 aprile 1842...». Il giuramente veniva clamorosamente annullato il 22 giugno del 1873 dalle autorità rabbiniche di Siena, avendo dimostrato il Sadun che si era trattato di un giuramento prestato in condizioni di «coartazione morale». «Comunque sia», dichiarava il Sadun pronunciando una formula di rito «mi pento. mi pento, mi pento ed intenderei che il giuramento possa essere annullabile, di niuna efficacia religiosa come non ha alcuna efficacia giuridica». L’annullamento del giuramento avveniva quindi poiché secondo i rabbini «Sadun non fu convenientemente illuminato dal Rabbino Leone delle conseguenze» derivanti dallo stesso.

11. I ROSSELLI, Epistolario familiare di Carlo, Nello, Amelia Rosselli, 1914-1937, a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Mondadori, 1997. Sull'adesione degli ebrei al fascimo ha dichiarato recentemente a Repubblica Michele Scarfatti, presentando il suo libro Gli ebrei nell'Italia fascista, Einaudi, 2000: "Ma il partito fascista all'inizio ha al suo interno tanti ebrei, seppure non ai massimi vertici. E ci sono anche molti antifascisti. Penso a quell'episodio a Pisa del 1921: un gruppo di studentesse fasciste, tra cui una Mary Rosselli Nissim, figlia di un mazziniano, che tirano fuori da una scuola un maestro socialista, Carlo Cammeo, ebreo anche lui, subito circondato e ucciso con una pistola dai camerati. Due ebrei, due fronti opposti".

12. G.B.Vicarelli, CASTELL’AZZARA E IL SUO TERRITORIO-MEMORIE STORICHE, Biblioteca Comunale di Castell’Azzara, 1992.

13. C. Poggiali, ITALIA MINERARIA, Ed.Roma, 1938, pag.90.

 

 

 

I Minatori Amiatini

il loro ambiente igenico-sociale e le loro malattie

 

di Ettore Zannellini (*)

 

Pubblicato in Tracce.. 2000

Pubblichiamo, nella sua forma integrale, il contenuto di un opuscolo pubblicato, nel 1914, presso la Tipografia Commerciale R. Gotti, dal Congresso dei Minatori Amiatini svoltosi a Santa Fiora nello stesso anno, redatto e curato da Ettore Zannellini, un dottore di origine grossetana, particolarmente impegnato nell’ambito della medicina del lavoro, che risiedeva e lavorava a Piombino e che, per la villeggiatura, veniva sull’Amiata. (1)

Si tratta di un opuscolo di 40 pagine che possediamo in fotocopia contenente anche leggere annotazioni del maestro Giovambattista Vicarelli.

 

Note su1 Monte Amiata e suoi abitanti

Il Monte Amiata, detto anche Montagna di Santa Fiora, è il più alto monte dell’altipiano Toscano, è forse uno dei più bei monti d’Italia. La sua cima è alta 1734 metri sul mare ed i paesi che più ci interessano sono rispettivamente all’altezza di metri 687 Santa Fiora; metri 809 Castellazzara e metri 829 Abbadia S. Salvadore. Ha origine vulcanica ed è formato da un gran cono di trachite, posto su un basamento di rocce sedimentali arenare. Ricchissimo di acque e di splendidi castagneti, è invece povero di industrie e di commercio e ciò trova ragione nella sua ubicazione speciale, giacché distante come è dagli altri monti, distante da importanti centri di abitazione, poverissimo di strade, viene ad essere quasi un isola in terra ferma. A questi fatti gli Amiatini devono la conservazione di certi e speciali caratteri etnici e dell’accento particolare del loro parlare, che del resto è italiano purissimo che ci ricorda il linguaggio del ’300 e del ’400. La popolazione vi è fitta, quasi direi ammassata, e gode ottima salute non già perché sappia o possa vivere una vita improntata alle norme igieniche anche le più elementari, ma perché la non comune salubrità dell’acque e dell’aria sostituiscono efficacemente la mancanza di tali norme. Il commercio Amiatino è minimo; si esportano pochi prodotti dell’agricoltura e pastorizia, castagne e legname. Pochissime le industrie e di poca importanza se si eccettui quella del mercurio; tale industria è antichissima, e forse il primo mercurio nell’antica civiltà fu di origine amiatina. Poco si sa della storia politica del Monte Amiata, perché la sua speciale ubicazione ne tenne gli abitanti estranei alle lotte combattutesi intorno, e indifferenti ai cambiamenti politici svoltisi in ogni tempo nella Toscana. Le notizie più antiche riguardano l’Abbadia S. Salvadore e risalgono al nono secolo. Uno dei libri più rari della biblioteca Laurenziana è la celebre Bibbia Amiatina e fu, credesi verso il mille, donata da un Papa ai monaci dell’Abbadia. Nel secolo decimottavo studiarono e scrissero sul Monte Amiata memorie scientifiche e descrittive, Pier Antonio Micheli, Giovanni Antonio Targioni Tozzetti, Giorgio Santi ed altri. Nella seconda metà del secolo passato l’Amiata ebbe un momento di celebrità per il fenomeno religioso che in essa si svolse, per opera dell’arcidossino David Lazzaretti. Recentemente il senatore Giacomo Barzellotti dette alle stampe uno splendido libro sul Monte Amiata e sul Lazzeretti:  tale libro è ricco di notizie e di idee, smagliante di forma, ma in esso l’autore poco e con poca simpatia si occupa dei minatori Amiatini. (2)  Eccettuati i minatori adibiti alle miniere del mercurio, gli abitanti delle montagne di Santa Fiora sono quasi tutti pastori ed agricoltori; quasi tutti assai poveri, hanno costumi semplicissimi, spirito dolce e tranquillo. Pochissimi sono occupati in industrie di secondaria importanza, fra le quali devensi ricordare la lavorazione del legno (segatura di tavole per falegnami, tagliatura di boschi, fabbrica di bigonsi e corbelli) scavo della terra gialla detta non si sa perché terra di Siena; scavo della cosiddetta Terra di luna (che serve alla costruzione di mattoni refrettari). Nessuna altra industria degna di nota.

 

I Minatori Amiatini

Tutti quanti gli operai che lavorano nelle Miniere di Mercurio delle Montagne di Santa Fiora sono Amiatini. Non esiste affatto in tali Miniere importazione di mano d’opera e ciò è spiegato dal fatto che le abbondanti popolazioni Amiatine forniscono braccia numerose e robuste per salari  così  bassi che è vergogna per loro accettare, vergogna per gli industriali offrire. La docilità con cui i minatori Amiatini accettano mercedi insufficienti ritrova la sua principale ragione nel fatto che fino a pochi anni or sono gli abitanti del Monte Amiata non hanno potuto seguire quel progresso che intorno a loro andava evolvendo le masse operaie. Il Senator Barzellotti, pur essendo come meglio vedremo in seguito non troppo tenero per le idee nuove e tanto meno per le lotte che i coscienti operai continuamente devon fare per tentar di migliorare le loro condizioni economiche e sociali, nel 1908 parlando delle condizioni sociali degli abitanti dell’Amiata di qualche diecina di anni fa, era costretto a scrivere; “… e con tutto ciò non facevan quasi un passo le condizioni della vita della nostre classi popolari, quelle specialmente dei lavoratori più poveri, ammassati allora - come in gran parte anche oggi - nei malsani tuguri di questi villaggi angusti, anneriti dai secoli. Certo non contribuiva ad elevarne il livello intellettuale, l’istruzione, tutta ancora o quasi tutta in mano ad un clero per la massima parte incolto, e che, salvo eccezioni notevoli, non dava nemmeno troppi esempi di dignità e di moralità di costume. Ma per la mite indole  toscana dei nostri montagnoli, pur così prossimi alle violente popolazioni del romano, erano già allora rarissimi i delitti di sangue e i reati contro la proprietà.... Non si può affermare che una tale condizione di cose si sia sostanzialmente mutata, per ciò che riguarda la vita materiale e morale delle popolazioni della Montagna, dopo che esse vennero sotto il governo italiano”.

Però il Barzellotti poco dopo aggiunge:

“In, questi ultimi  trent’anni in cui le classi popolari italiane si sono venute sempre più destando, col senso dei bisogni economici, la coscienza e l’esistenza di ciò che dalle altre classi e dallo Stato potrebbe farsi per loro, le aspirazioni a un miglioramento sociale, giuste in sé, e acuite dagli agitatori politici, hanno fatto strada anche qua. Non molta però ancora; sebbene il moto, sorto ovunque intorno a queste popolazioni, accenni anche fra di esse a voler prender forma di partito politico, e possa trovare alimento specie nei centri del lavoro minerario, tanto cresciuto da alcuni anni, e che ormai occupa, si può dire, tutta la popolazione di due grossi paesi dell’Abbadia San Salvatore e di Castell’azzara. Ma quel che, per ora almeno, tien lontani i più dei nostri montagnoli da agitazioni inconsulte. é oltre il fatto innegabile delle migliorate (?) condizioni della classe operaia, il poco credito, di cui qua godono coloro che vorrebbero aizzarla. Essi non sono, come i “tribuni plebis” delle nostre città, borghesi, politicanti, avvocati, rètori divenuti per ambizione aizzatori di popolo e predicatori dello stolto e malvagio domma della lotta di classe. Essi, i nostri, sono i più, qualcosa di peggio; piccoli e poveri proprietari, che non avendo quasi rendita alcuna, vivono o, meglio, fanno le viste di viver di rendita, cercando di suscitar disordine e malcontento contro chi ha più di loro. Oziosi in mezzo a tutta una popolazione che lavora, essi esprimono in sé – per un curioso contrasto tra le loro opinioni e la loro vita - il vero tipo di questo ceto sociale del fannulloni, che, dato un giorno prevalessero lo dottrine del socialismo, dovrebbe essere il  primo a scomparire. Alcuni casi recenti di disordini, provocati artificialmente in qualche paese della montagna dalle Leghe lei lavoratori, istituite di recente anche qua, parrebbero indicare uno stato di cose diverso da questo che io qui descrivo. Ma esso resta sempre vero e innegabile, per quel che riguarda le condizioni sociali e lo spirito della gran massa di queste popolazioni.” Mi è piaciuto riportare quasi al completo queste pagine del libro del Barzellotti, perché i minatori come sanno chi sono i loro amici, sappiano anche chi sono i loro avversari. È superfluo dire che la mia voce si unisce alla vostra nel protestare vivamente contro le idee retrive del senatore Barzellotti, il quale del fenomeno sociale “lotta di classe” e del1’ascensione progressiva del proletariato ha un concetto così primitivo ed antiquato che, se può incontrare il favore forse della maggioranza dei suoi vecchi colleghi del Senato, non è certamente condiviso da chi abbia la mente aperta alle correnti vivificatrici del pensiero moderno ed il cuore accessibile ai sentimenti più elementari di fratellanza umana.

 

Brevi note chimiche e mineralogiche sul mercurio, sui giacimenti cinabriferi in generale e su quelli amiatini in particolare.

Il mercurio è 1’unico metallo esistente allo stato liquido a temperatura ordinaria; in natura si trova solo raramente allo stato libero e allo stato di amalgama d’argento; lo si incontra invece quasi esclusivamente allo stato di cinabro (Hg) in Spagna, nel Messico, in Austria, nel Perù, in Cina, nel Giappone, in California, in Russia e in Toscana (Monte Amiata). Le Miniere Amiatine ponevano qualche anno or sono annualmente in commercio circa un tredicesimo della produzione mondiale. Attualmente ne producono circa 1/4, giacché nel 1912 la produzione mondiale fu di tonnellate 4278, di cui 1000 ne produsse il Monte Amiata. Tale metallo è assai mobile, scorrevole, di color bianco argento splendente, ciò che giustifica il nome di argento vivo con cui il mercurio era già conosciuto dagli antichi. La quasi totalità del mercurio si ottiene scaldando il cinabro in appositi forni in presenza di abbondante aria. Distilla così il mercurio insieme ad anidride solforosa, e col raffreddamento nei vasi raccoglitori, esso si condensa mentre 1’anitride solforosa resta disciolta in acqua. Ridistillando il  mercurio ancora una volta in caldaie di ferro lo si ottiene discretamente puro.

Principali proprietà ditale metallo sono queste:  solidifica a -34,5 bolle a 357,5; scioglie quasi tutti i metalli, meno il ferro, formando delle amalgame, di cui la più usata è quella di stagno che serve per la fabbrica degli specchi. Il mercurio è usato per estrarre 1’oro e l’argento, per la costruzione di numerosi apparecchi di fisica (termometri, barometri, pompe ecc.) per costruzione di lampade elettriche dette “a mercurio”, sterilizzazione dell’acqua potabile per mezzo dell’azione microbicida dei raggi ultra violetti prodotti da una lampada elettrica piena di vapori mercuriali. Si pone in commercio in bottiglie di ferro che ne contengo un determinato peso (in Italia Kg. 34,5). Il mercurio nel 1884 costava L.4 al Kg., e nel  1902 L.  6,50 adesso costa Lire 8,70 circa. La produzione di questo metallo tende a diminuire ovunque meno che in Italia. Portato alla temperatura di ebollizione questo metallo si trasforma in vapori bianchi; però emette già alla temperatura ordinaria dei vapori i quali sono velenosi; il che spiega gli avvelenamenti. cronici a cui vanno incontro coloro che sono adibiti  all’industrie nelle quali si lavora tale metallo. I composti più conosciuti del mercurio sono

·        Calomelanos (cloruro mercuroso HgCr) che serve in medicina: azione purgativa.

·        Precipitato rosso e giallo (ossido mercurico HgO) servono anche essi in medicina e nell’arte tintoria.

·        Sublimato corrosivo (cloruro mercurico HgC12) che ha poteri eminentemente venefici ed è il più usato fra i disinfettanti.

·        Cinabro (solfuro mercurico HgS) che serve nell’arte tintoria.

Si ritiene che i giacimenti cinabriferi possano avere avuto la loro origine in seguito ad emanazioni metallifere susseguenti ad eruzioni vulcaniche e per 1’azione di esse emanazioni sulle rocce sedimentarie od eruttive attraversate; sta il fatto che condizione favorevole per depositi di cinabro è la presenza di una roccia con interstizi capillari o porosa come la trachite, che poté divenire tale per sottrazione del carbonato di calce, e come l’arenaria a cemento calcareo. Anche le rocce silicee minutamente fratturate funzionano come corpo poroso. Questo in tesi generale. In quanto ai giacimenti cinabriferi del Monte Amiata, essi sono disseminati sia nella stessa roccia eruttiva sia nelle rocce sedimentarie; ed il cinabro si trova in terreni svariatissimi per natura e per età: calcari del Lias medio, diaspri del Lias superiore, calcari nummolitici, arenarie eoceniche, sabbie plioceniche, e trachiti. Dal lato geologico le Miniere Amiatine più interessanti sono le seguenti:

·        Miniere di Cornacchino: massi d’argilla impregnati di cinabro e di pirite racchiusi in un calcare marnoso con selce del Lias superiore. Più in basso vene di cinabro attraversanti strati di rocce diasprine.

·        Miniere del Siele: Argilla cinabrifera racchiusa in calcari marnosi eocenici.

·        Miniere di Montebuono: In queste il cinabro trovasi esclusivamente nell’arenaria eocenica in modo molto irregolare.

·        Miniere di Corte vecchia: sul tipo di quelle di Montebuono.

·        Miniere di Abbadia S. Salvatore: il cinabro compare prima in una formazione di contatto fra la trachite e le sottostanti rocce sedimentarie ed in vene formanti reticolato entro la trachite stessa o disseminate in argilla calcarifera. Alcuni hanno ritenuto che lo stato argilloso cinabrifero fosse il resultato di un’immensa frana della Montagna; altri, una emissione fangosa cinabrifera precedente alla trachitica; in seguito fu scoperto il giacimento originario fra i calcari e gli schisti eocenici sotto la trachite.

 

 

 

Ambiente vita dei Minatori Amiatini

Per conoscere dalla bocca stessa dei minatori cosa essi pensino sulle loro condizioni igieniche e sociali ho inviato a vari enti e vari operai di Castellazzara ed Abbadia un questionario, con invito a rispondere alle singole domande nel modo più succinto possibile. Riporto integralmente le domande fatte e le risposte ricevute.

Basta un superficiale esame delle notizie sopra esposte per comprendere il disagio economico-sociale in cui per forza si devono trovare i minatori Amiatini. Ho avuto luogo di consultare gli Atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni degli operai delle Miniere della Sardegna (3) ed ho potuto constatare che esse condizioni sono nel loro complesso migliori di quelle dei nostri minatori: dal lato economico, dal lato igienico ed anche per l’applicazioni delle leggi sociali specialmente quella sugli infortuni.

Notizie interessanti sulle condizioni igienico-sociali del gruppo dei minatori che lavorano alle Miniere dell’Abbadia S.Salvatore, sono esposte in uno splendido lavoro del Dott Giglioli che nel 1909 trattenendosi vario tempo presso quel Miniere poté studiare sul luogo stesso i minatori, il loro ambiente di lavoro e le loro malattie. Poté così pubblicare un pregevolissimo lavoro che meritatamente fu giudicato degno del massimo premio nel primo Concorso Nazionale per una memoria sulle malattie professionali e fu pubblicato dalla bella rivista che unica in Italia si occupa esclusivamente di malattie professionali, e che prende nome da quel Ramazzini che vanto della medicina sociale dell’Italia in particolare e del mondo tutto, giacché procedendo di qualche secolo le moderne idee democratiche che hanno imposto alla scienza di occuparsi in modo speciale delle malattie dei lavoratori, cominciò ad interessarsene nella ormai lontana epoca in cui visse.

Il dottor Giglioli riferisce che all’iniziarsi all’Abbadia dei lavori minerari (e ciò avvenne nel 1899) le condizioni igieniche sociali dell’Abbadia San Salvatore erano tutt’altro che floride: vi si aveva un centro montanino di malaria importata, e le condizioni degli abitanti erano ben lungi da quello stato di floridità che la salubrità del clima avrebbe fatto attendere. Ciò specialmente per l’influenza di una nutrizione scarsa e cattiva unita alla diffusissima malaria. Per questo avevamo un’industria venefica che si iniziava in mezzo ad abitanti di poca resistenza fisica. Negli anni 1892-1906 le statistiche delle visite di leva davano una percentuale del 50% circa di abili, e per le leve della Toscana tale percentuale è notevolmente inferiore al normale. Coll’aprirsi delle Miniere cessò 1’emigrazione in Maremma e per questo la malaria; migliorò inoltre alquanto per qualità e quantità il vitto dei minatori, e per questo fatto le condizioni di salute di quella popolazione si fecero un poco migliori. Le abitazioni tanto all’iniziarsi del lavoro minerario quanto al presente erano e sono in pessimo stato: poco pulite con agglomeramento di operai in vani insufficienti. L’apertura dello Stabilimento minerario avrebbe secondo il Giglioli apportato poi. alcuni vantaggi, quali il miglioramento della viabilità, la costituzione di una società di Mutuo Soccorso, la costruzione di uno Ospedale; però si sarebbe avuto un aumento di alcoolismo.

Tale, secondo il Giglioli, l’ambiente-vita degli operai del1’Abbadia San Salvatore.

 

Ambiente lavoro dei Minatori Amiatini

Dopo aver studiato l’ambiente vita dei minatori Amiatini dovrei esaminare il loro ambiente lavoro. Non avendo ancora potuto visitare le Miniere mi limiterò a portare brevissime notizie togliendole dal già citato lavoro del Dottor Giglioli, tanto più che le notizie che egli dà sulle Miniere dell’Abbadia valgono anche in gran parte per quelle di Castellazzara.

Gli operai sono adibiti in generale per il 50% ai lavori di galleria e annessi, per il 25 % ai lavori che si riferiscono alla diretta estrazione del mercurio dal minerale e altro 25 % ad altri lavori accessori.

La lavorazione consiste in questo: il minerale scavato viene prima essiccato in appositi asciugatoi; poi vagliato per dividere il minerale grosso da forni a torre dal piccolo per i forni a cupole. Portato ad alta temperatura il minerale per estrarne il mercurio (e ciò chiamasi in termine tecnico arrostimento) le materie di rifiuto vengono trasportate per forza d’acqua fuori della Miniera, mentre i vapori mercuriali condensandosi in apposite vasche danno il primo mercurio metallico impuro che la­vorato poi in opportuni apparecchi di ripulitura, giunge puro

nella stanza ove e posto in bottiglie di ferro.

Per questo vi sono:

1.      Lavoratori di galleria (caporali di miniera, primi e secondi vagonisti, scarrettini e portaferri). Per tali operai non esiste quasi affatto pericolo di avvelenamento da mercurio. La lavorazione di galleria (questo il Giglioli afferma riferendosi alle Miniere dell’Abbadia) è in condizioni igieniche assai soddisfacenti, ben ventilata ed illuminata; ottimo il sistema di armatura e di muratura.

2.      Lavoratori agli asciugatoi. Essi devono asciugare il minerale perché se esso fosse umido non potrebbe essere ben torrefatto per il vapore acqueo che si produrrebbe. Vi sono vari tipi di asciugatoi: a Sole (il minerale vi è esposto ai raggi solari in piani inclinati); ad Aria (uguali a quelli a sole, ma coperti da tettoia); a Canale (in  essi il minerale viene sfruttato per mezzo di correnti di aria calda che porta con sé il vapore acqueo); a Torre (in cui il minerale scende lungo piani inclinati sotto i quali passa aria riscaldata); a Calore (sistema Spireck) in cui il minerale è disteso sopra lamine metalliche sotto le quali passa vapore caldo. Anche  nella lavorazione degli asciugatoi è escluso secondo il Giglioli il rischio della intossicazione mercuriale.

3.      Fornai; tale categoria comprende tutti coloro che a turno sono adibiti alla lavorazione dei forni ed eventualmente alla raccolta, alla estrazione e alla imbottigliatura del mercurio e che prestano alternativamente servizio agli asciugatoi piani e alla vagliatura del minerale. Questa categoria di operai passa al vaglio il minerale asciugato e lo divide in grosso e minuto. I forni in uso ad Abbadia e credo anche nelle altre mi­niere, sono Sistema Spireck: in essi vien posto il minerale misto a carbone vegetale, in modo che il forno non resta mai aperto verso l’esterno ed è difficile la fuoruscita del vapore mercu­riale in abbondante quantità. Però è impossibile evitarla in modo assoluto, perché anche se l’operaio è molto abile è sufficiente un secondo di ritardo perché si abbia la cosiddetta fu­mata che consiste proprio in una fuoruscita di vapore. Per questo in tale lavoro esiste rischio diretto di mercurialismo.

Nei forni a cupola (CermackSpreck) il processo di arrostimento è più complicato: il minerale minuto depositato sui piani di carica viene fatto passare al momento opportuno attraverso ad una griglia ed in tale operazione fuoriescono pochi vapori mercuriali ed abbondante emanazione solforosa. L’arrostimento avviene perché il minerale rotola su tegole di materiale refrattario reso incandescente, la cui temperatura ne­gli strati più bassi oscilla dagli 800 ai 1000 gradi. Quivi il materiale cede il mercurio sotto forma di vapore, e quindi è allontanato per mezzo di una forte corrente d’acqua. Questo tipo di forni oltre al vantaggio di arrostimento completo ha 1’altro che esso procede sotto una pressione negativa che si ha per mezzo di aspiratoi i quali traggono i vapori di mercurio nei condensatoi e contemporaneamente impediscono la fuoruscita dei vapori stessi: questo in tesi generale, giacché in pratica poi per un qualsiasi inconveniente possibile a verificarsi durante il procedimento di cottura, i vapori possono escire tanto dalla parte superiore del forno quanto dalle sue bocchette laterali. Occorre per il buon funzionamento che intorno a tali forni lavorino operai provetti.

L’operaio adibito alla condensazione ed alla raccolta del mercurio nelle vasche comincia ad essere in rapporto diretto col metallo allo stato liquido ed indubbiamente qualche particella se ne raccoglie sulle sue vesti.

Il mercurio sempre mescolato a sostanze impure chiamate neri viene trasportato nella stanza degli estrattori: viene mescolato con calce viva in polvere che serve a digrossare il metallo ed a separarlo dai neri. Cade poi in una vasca sottostante e da qui va alla stanza dell’imbottigliatura, dopo esser passato attraverso vari recipienti di porcellane che lo rendono completamente puro. Di qui con un sistema speciale ideato dall’Amman e che evita tutte le manipolazioni dirette, va a riempire le bottiglie di ferro, nelle quali viene messo in commercio.

Vi è poi tutto un lavoro di ripuliture ordinarie e straordinarie; le prime  fatte periodicamente per togliere i neri dalle pareti del condensatore, le  seconde fatte ogni tanto per la pulizia generale dello stabilimento. Tali operazioni espongono assai l’operaio a contatti con mercurio.

Oltre a questi rischi diretti di intossicazione, esistono per tutti gli operai addetti allo stabilimento, dei rischi indiretti dovuti alla mercuriazione di tutto l’ambiente.

 

Poco è cambiato attualmente nell’ambiente operaio del1’Abbadia San Salvatore, e poco è da cambiarsi in rapporto all’ambiente operaio delle Miniere di Castellazzara, se si eccettui l’importante fatto che qui le mercedi sono molto più basse e il lavoro è più faticoso per la distanza di vari chilometri che intercorre fra le singole Miniere ed il centro dell’abitazione degli operai.

A proposito di mercedi, piacemi riferire la carriera economica di un operaio delle Miniere del Cornacchino, quale esso me l’ha esposta e che per informazioni assunte mi resulta esatta: questo operaio, che ora ha circa 47 anni, fu ammesso nel 1876 al lavoro con il lauto stipendio di Lire 0,30 al giorno; per aumenti di salario di Lire 0,10 che avvenivano ogni due anni circa, all’età di 20 anni poté raggiungere il salario di Lire 1 e con altri 25 anni di lavoro è potuto arrivare a guadagnare Lire 2 giornaliere. S’intende solo nei giorni in cui lavora; questo operaio ha acquistato nel lavoro una grave malattia professionale e che come tale non è in modo alcuno resarcibile, malgrado che debba perdere attualmente molte settimane di lavoro. Probabilmente le sue condizioni di salute andranno ancora peggiorando. Questo operaio ha una famiglia da mantenere. Sarebbe ozioso qualsiasi commento.

 

Volendo fare un qualche brevissimo commento alle notizie fornitemi dagli operai potrei osservare:

1.      Le leggi sociali in vigore sono abbastanza osservate, giacché non si accettano al lavoro donne e fanciulli, e i lavoranti sono tutti assicurati per gli infortuni. Se l’applicazione della legge sugli infortuni degli operai sul lavoro dà luogo a lamenti degli operai stessi, ciò è dovuto non tanto a un qualche inconveniente che si verifica nella sua applicazione da parte sia degli industriali sia delle Società, quanto alla esiguità degli stipendi che portano per necessità di cose a liquidazioni meschine ed insufficienti.

2.      La percentuale degli analfabeti è forte. È da deplorare che gli industriali non aiutino le Amministrazioni Comunali di Santa Fiora ed Abbadia i cui bilanci sono così poveri da non permettere che sia abbastanza curata l’istruzione elementare. Se le notizie fornitemi  sono esatte, non è per me spiegabile il fatto che tra i minatori dell’Abbadia San Salvatore la percentuale degli analfabeti sia enormemente superiore a quella degli operai delle Miniere di Castellazzara, e raggiunga l’enorme cifra del 60%.

3.        Discreto è il numero delle organizzazioni operaie, alcune delle quali sono in condizioni assai floride e sono già state in varie circostanze molto utili agli interessi degli operai.

4.      Gli orari di lavoro sono assai gravi per gli operai minatori tutti, e in modo speciale per quelli di Castellazzara che per recarsi al lavoro e per ritornarne devon fare varie miglia di strada disagevole ed in parte in salita; e tale disagio è notevolmente aumentato nell’inverno per le nevi che talora ricuoprono il suolo per molte settimane di seguito.

Torno però a ripetere che, specialmente per certe miniere, 1’inconveniente più grave è l’incredibile esiguità di salario.

 

Igiene del lavoro in generale e di quello dei minatori in particolare. (4)

Prima di riferire ai minatori Amiatini quali sieno le malattie alle quali essi sono in modo speciale predisposti, credo utile dar loro una qualche elementare notizia sulle cause che sono le basi predisponenti di tutte le malattie alle quali vanno sottoposti i lavoratori in generale ed i minatori in modo par­ticolare.

Di sovente gli operai quando sono sopraffatti da un lavoro esaurlenta [sic] o sotto i cocenti raggi del sole o sotto la sferza del vento, o bruciacchiati dal calore emanante dalle fornaci o intossicati da dannose emanazioni chimiche, pronunciano la parola fatica accompagnata da qualche invettiva. È bene che i lavoratori sappiano cos’è la fatica.

Si ha una fatica muscolare, data come causa diretta da so­verchio lavoro materiale, come causa indiretta da speciali condizioni dell’ambiente di lavoro, e si ha una fatica psichica data dal lavoro di pensiero (attenzione) che talora devono fare anche gli operai.

Fatica muscolare. Gli operai lavorano contraendo e rilasciando i loro muscoli  quando le serie di contrazioni muscolari sono così frequenti e così prolungate da apportare uno squilibrio nella composizione biochimica del muscolo; l’organismo che lavora risente un senso di malessere che si chiama fatica.

In altre parole, quando in un muscolo lo stimolo è ad in­tervalli e 1’assimilazione (che è quel processo chimico per il quale parte delle sostanze ingerite si trasfonde nell’organismo) si bilancia esattamente con la disassimilazione (l’opposto di assimilazione, e, in questo caso, il consumarsi delle energie vitali per fatica fisica o intellettuale) il lavoro è normale; ma quando la disassimilazione prende il vantaggio sull’assimilazione allora principia la fatica. Dalla disassimilazione deriva una distruzione delle sostanze albuminose muscolari, che produce a sua volta un veleno. Questo veleno, tossina, intossica prima i muscoli, quindi tutto 1’organismo. Se esso viene inoculato ad un animale, in piccole dosi produce la stanchezza, in dosi maggiori anche la morte. Il Prof. Mosso preso il sangue di un cavallo avvelenato per lunga fatica lo iniettò ad un animale ben riposato; ebbene, questo animale presentò subito tutti i sintomi della stanchezza. La stanchezza produce disturbi nella circolazione del sangue e nella respirazione; della difettosa circolazione del sangue il primo organo che ne risente, ammalandosi, è il cuore; sopravvengono quindi le palpitazioni di cuore che persistono poi anche durante il riposo, mentre nulla risentirebbe l’operaio se avesse il suo lavoro intercalato dal conveniente riposo.

Difatti si manifesta nei montanari e nei soldati, specie dopo le fatiche di guerra, il cuore cosi detto “cuore da lavoro”.

Quando un operaio è preso dalla fatica, è scientificamente dimostrato che ha l’organismo predisposto a malattie d’infezione e ad invasioni microbiche.

Il sistema nervoso è più resistente alla fatica che quello muscolare, e così spinge 1’uomo senza che esso se ne accorga ad oltrepassare i limiti fisiologici della stanchezza; ma poi di questo avvelenamento se ne risente anch’esso e principiano complicazioni e disturbi, sino ad arrivare alla nevrastenia - malattia che finora si credeva specializzata a coloro che studiano e lavorano con la mente - che oggi disgraziatamente è dimostrato che si estende in modo ampio anche su coloro che fanno un lavoro del tutto materiale, mietendo numerose vittime e in proporzioni assai allarmanti.

Fatica psichica. Il lavoro nell’industria moderna esige, oltre lo sforzo materiale, anche tino sforzo intellettuale per 1' attenzione richiesta.

Alcune occupazioni che sembrano leggere portano invece un grande strapazzo cerebrale, per la tensione continua dei nervi, e conseguenza può essere una forma neurastenica.

Succede così ai ferrovieri (neurosi dei ferrovieri) ai tranvieri, chauffeurs, contabili ed a tutti gli operai adibiti a lavori pericolosi. Per riparare a questi danni non occorrono grandi cose: né medici né medicine. Riposo maggiore, buona alimentazione.

Anche il regime di vita, molto influisce a danneggiare la razza umana specie dove esistono industrie.

Vediamo per esempio alcune vallate dell’alta Italia oggi divenute grandi centri industriali, fornire all’esercito grande numero di riformati, mentre prima vi si trovavano i tipi carat­teristici della robustezza.

 

 

Fra le cause che alimentano i danni della fatica va annoverata: L’età giovanile, giacché un lavoro manuale esagerato è fortemente nocivo a quegli individui, i quali non hanno raggiunto il loro completo sviluppo, e ne sono un triste esempio i carusi della Sicilia; quindi sarebbero da escludersi dal lavoro tutte le persone sino alla pubertà. Il sesso; giacché la donna che si affatica e si strapazza si esaurisce prima dell’uomo, ed è anche meno resistente e meno capace di attenzione. È da tener conto dei perturbamenti periodici a cui la donna va soggetta e dello svilupparsi con facilità di gravi anemie. Dove esistono molte fabbriche che impiegano le donne, è quasi sparito il tipo di bellezza, il tipo della madre sana e robusta. La donna obbligata al lavoro negli ultimi mesi di gravidanza, non fa che nuocere a sé stessa e alla prole.

Anche l’alimentazione come è oggi, contribuisce al deperimento della razza; si vede in generale che l’operaio che guadagna scarso salario è più malandato di quello che guadagna bene; difatti l’operaio americano è più robusto degli altri, perché percependo salari superiori può mangiar meglio e risparmiare del denaro per divagarsi e istruirsi.

Dannoso è poi l’alcool specialmente per chi lavora, ed il lavoro ottenuto senza eccitanti alcoolici è migliore per quantità e per qualità. Ciò dovrebbe dar da pensare a molti operai, i quali gran parte dei loro guadagni sprecano in vino e liquori invece che procurarsi un vitto più sostanzioso.

Elemento nutritissimo è p. e. lo zucchero, e se il nostro governo abolisse il dazio che grava su  questo alimento in modo che ogni famiglia ne potesse prendere a sufficienza, si sarebbe fatto un gran passo nella legislazione sociale nazionale. La stagione e le ore influiscono anche molto sulla fatica. Il caldo eccessivo deprime l’organismo, mentre la luce solare esercita una benefica influenza su chi lavora. Le macchine possono apportare dei danni gravissimi al lavoratore. Le caldaie, che per ragioni tecniche è di economia, non si possono spegnere alla sera per riaccenderle al mattino, esigono lavoro ininterrotto di giorno e di notte. Pure è dannoso qualsiasi lavoro intensivo e continuo, interrotto soltanto da brevi intervalli di sosta, con scarso tempo per il sonno e il riposo necessario con attenzione intensa, come nei lavori pericolosi e con gravi responsabilità, non simpatici all’operaio, e quindi noiosi e deprimenti. Il lavoro di notte, ostacola il normale andamento di vita, spinge l’individuo a condurre una vita sregolata; l’organismo s’indebolisce ed è facile preda a malattie di qualsiasi genere. Il Prof. Morelli riferisce che per esempio i fornai danno una percentuale altissima al suicidio e alla pazzia.

Insalubre è il lavoro compiuto ad una temperatura superiore ai 20-22 gradi, giacché non potendo aver luogo la normale evaporazione di sudore, l’operaio va soggetto al così detto colpo di calore: insalubre è pure l’ambiente che con contiene oltre i 12 gradi di vapore acqueo, perché dà luogo a frequenti reumatismi. Oltre a queste cause che son quelle che più frequentemente producono le comuni malattie dei lavoratori, se ne hanno altre proprie di lavori speciali e che danno luogo alle così dette malattie professionali. Così, come i lavoratori di mercurio vanno sottoposti al così detto mercurialismo o idrargirismo quelli che lavorano il piombo vanno sottoposti ad un’altra malattia detta  saturnismo. Alcune industrie producono deformità professionali, atrofie e ipertrofie muscolari, arresti di sviluppo, nevralgie, spasmi e paralisi. Hanno un’azione su chi li lavora, il  rame, lo zinco, 1’antimonio, e l’ottone, fra i metalli il fosforo, l’arsenico e il cromo, fra i metalloidi e molti composti inorganici, ed anche organici sia di natura animale, sia di natura vegetale. Così si hanno speciali malattie nelle fabbriche di carta, cappelli, vetri, colla ecc.

 

Basi fondamentali per una difesa sociale contro questi gravi danni potrebbero essere le seguenti:

·        Assoluta proibizione di lavoro ai fanciulli e grande oculatezza e rigore nell’ammettere al lavoro le donne.

·        Continua instancabile opera nel curare lo sviluppo intellettuale delle masse lavoratrici.

·        Applicazione scrupolosa della legge biologica per cui ad ogni periodo di attività deve seguire un conveniente periodo di riposo; per questo, conquista delle 8 ore di lavoro; riducendo ancor più la durata dei lavori soverchiamente faticosi o fatti in condizioni anormali.

·        Riposo annuale assai lungo agli operai come si usa per gli impiegati civili.

·        Alimentazione buona e sufficiente, che solo si potrà ottenere quando i salari sieno in modo equo rialzati.

Mercurialismo o idrargirismo

Ed ora, un qualche breve cenno sul più importante fra lo malattie cui vanno sottoposti i minatori Amiatini, e cioè sul1’avvelenamento dal mercurio.

Chiamasi mercurialismo o idrargirismo quella malattia che è data da una intossicazione per 1’azione che ha il mercurio ed i suoi composti sull’organismo umano.

Tralasciando di parlare dell’avvelenamento acuto che si può avere immettendo nell’organismo dei sali di mercurio a scopo medicamentoso, o per omicidio, suicidio, ecc., accennerò soltanto e brevemente alla malattia con decorso subacuto o cronico che si può avere negli operai adibiti ad industrie in cui si manipoli il mercurio o qualche suo composto; ed in modo speciale nei minatori di miniere cinabrifere. Si può osservare un qualche raro caso di mercurialismo per esempio in queste industrie:

Fabbricanti di apparecchi di fisica (termometri, barometri, pompe ecc.).

Fabbricanti di specchi.

Fabbricanti di lampade a mercurio.

Fabbricanti di fili per lampade ad incandescenza.

Fabbricanti di pile elettriche a mercurio.

Argentatori e doratori.

Conciatori di pelli.

Cappellai e pellicciai ecc.

Ma casi numerosi si osservano invece nei minatori addetti all’estrazione del mercurio. Si può affermare che  molti anni or sono, quando il macchinario delle miniere era meno perfezionato e in peggior modo disciplinata la prestazione di mano d’opera, il mercurialismo era una malattia comune a tutti o quasi i minatori e falciava fra loro numerosissime vittime. Ricorderò per esempio che vari anni or sono nelle miniere cinabrifere di Idria, Rabuteau su 516 operai trovò intossicazione da mercurio in 122; nella stessa lo miniera nel  1863 in seguito ad un incendio sviluppatosi in  una galleria, si ebbe un’enorme produzione di vapori mercuriali, per cui 1300 minatori rimasero avvelenati così gravemente che 900 non poterono più guarire e gli altri 400 poterono solo in parte rimettersi. (5) Del resto il Dott. Giglioli studiando i minatori d’Abbadia  S. Salvatore nel 1808, non trovò alcuna traccia di mercurialismo esaminando 30 lavoratori di galleria e 20 operai addetti agli uffici e lavori esterni; ma esaminando 135 fornai ne trovò solo 25 che non avevano avuto né avevano alcun disturbo che potesse attribuirsi al mercurio; mentre 20 operai addetti al lavoro da meno di un anno, presentavano qualche lieve sintomo di idrargirismo; 20 operai che erano al lavoro da oltre un anno avevano avuto disturbi marcati per il passato e presentavano all’atto della visita qualche sintomo sempre evidente ma lieve; 45 operai al lavoro da oltre 2 anni presentavano sintomi di avvelenamento ma continuavano a lavorare; finalmente 20 operai avevano ma­nifestazioni assai gravi ed erano stati allontanati dal lavoro.

Queste ultime ricerche fatte con competenza e con scrupolo dal Dottor Giglioli, coadiuvato dai medici dell’Abbadia San Salvatore, dimostrano che se nelle miniere amiatine il merecurialismo, è notevolmente diminuito esso però è tutt’altro che cessato, e devesi ulteriormente combattere con ogni mezzo possibile.

Passiamo ora a dare una qualche notizia sui sintomi propri del mercurialismo.

In modo sintetico i sintomi fondamentali di questa intossicazione ce li dà l’antico Ramazzini che nel capitolo della sua opera - Delle malattie dei cava-pietre - parlando dei minatori adibiti allo scavo delle terre cinabrifere scrive  Che quel1’aria racchiusa nelle viscere della terra è ricevuta per bocca, impregnata di particelle mercuriali  molto nocive ai polmoni, al cervello ed agli spiriti, a questi e alla massa del sangue comunica la sua mala qualità, donde ne scaturisce una turba d’infermità …

Lo stesso fuoco che per altro ne è il domatore dei veleni qualora vi bisogna per intenerire le pietre, trae fuora dalla materia minerale esalazioni pestifere e le mette in moto, per lo che i miseri lavoratori trovano gli elementi tutti a sé stessi contrari... Niuna peste però più mortifera conduce all’estrema rovina questa gente quanto quella che scaturisce dalle miniere d’argento vivo. Imperocché i cavatori delle miniere d’argento vivo appena giungono all’anno terzo, come dice il Falloppio, e nel solo spazio di 4 mesi contraggono tremori di membra, divengono paralitici e vertiginosi… È ciò a motivo degli spiriti mercuriali a maggior segno nemici dei nervi … I medesimi cavatori sogliono altresì patire la perdita dei denti.

Il Prof. Pieraccini che oltre a dare tutta la sua giovanile energia e grande competenza al buon andamento della rivista sulle malattie professionali che prende nome dal Ramazzini or sono pochi anni ha pubblicato un pregiato volume sulla patologia del lavoro, tale opera (6) a proposito dei sintomi che caratterizzano il mercurialismo espone questi principi:

Il mercurialismo porta alla denutrizione, all’anemia, al deperimento generale dell’organismo e ciò costituisce la cachessia mercuriale.

Questa, giunta al massimo grado, si accompagnerebbe a caduta di capelli, (la quale non sarebbe stata riscontrata nel Monte Amiata) colorito terreo, edemi, diminuzione della forza del cuore, irritazione delle mucose dello stomaco, e dei reni, fino alla morte per marasmo. Uno dei primi sintomi è la stomatite o infiammazione della mucosa della bocca che può anche giungere a dare ulcerazioni; i denti si fanno neri e rugosi (denti mercuriali) e se ne ha poi la caduta. La lingua si fa sporca, poi si hanno fatti di catarro strico, coliche e diarree talora semplicemente mucose, talora sanguinolenti. Oltre a questi fenomeni si possono avere fatti di natura nervosa che possono andare da un semplice stato di sovraeccitazione cerebrale, emozionalità ed anche delirio, fino a turbe gravi e perfino alla demenza paralitica. Il Professor Ferrannini riferendo sulle alterazioni del sangue di origine professionale al Congresso ultimo per le malattie del lavoro, scrive che il mercurio negli avvelenamenti cronici si fissa sopra tutto sul sangue, ed allo stato di clorurio doppio di mercurio e sodio, in intima combinazione con la molecola albuminoidea circola nell’organismo ed è portato dai globuli bianchi in tutti gli organi. Esso esercita una azione distruttrice sui globuli rossi, e tanto Biondi quanto Giglioli hanno osservato che nel sangue degli operai intossicati dal mercurio è diminuita la resistenza dei globuli rossi e la quantità di emoglobina (7) .

Nei malati del Monte Amiata si è osservato indebolimento di memoria e talvolta confusione mentale (Dott. Fiore). Si sono osservate vertigini, convulsioni, paresi e raramente paralisi mu­scolari limitate a certi gruppi di muscoli delle braccia, che danno talvolta un atteggiamento della mano così detta mano cadente; non si osservano atrofie muscolari né si hanno reazioni elettriche degenerative; si osservano inoltre contratture di muscoli e dolori muscolari e articolari.

Caratteristico e frequente fenomeno del mercurialismo è il tremore agli arti superiori, alla faccia e lingua; è un tremore che quasi sempre passa nel sonno, è poco avvertibile nel riposo, si esagera nelle commozioni e nei movimenti facendosi talora bruscamente imponente tanto da ostacolare il lavoro (tremore intenzionale). Il mercurialismo può inoltre provocare fatti isterici (isterismo tossico).

I segni esterni per i quali pure a distanza si può ricono­scere un minatore affetto da avvelenamento mercuriale, anche se leggero, sono lievi tremori delle labbra e della lingua, lieve irritazione della mucosa della bocca, denti neri e cariati, pallore della faccia, denutrizione generale, precoce vecchiaia; nei casi più gravi si ha quel massimo deperimento organico che si chiama cachessia e che può portare fino alla morte. E disgraziatamente in epoche non lontane fra i minatori amiatini si sono avuti casi di morte per mercurialismo.

Anche nei casi molto gravi sembra che resti conservata la potenzialità virile; però sembra che l’intossicazione mercuriale abbia una ripercussione sulla prole, tantoché si afferma che faciliti gli aborti, e le nascite di figli deboli e grami anche quando solamente il padre è intossicato. Questo fatto però non resulterebbe dai dati statistici che avrebbe ottenuto il Dottor Fiore all’Abbadia S. Salvatore.

Concludendo, le ultime ricerche tenderebbero a stabilire che 1’intossicazione da mercurio può apportare alterazione in quasi tutti gli organi umani: rene, fegato, intestino, mucosa della bocca ecc.; però è indubitato che il cervello è 1’organo che maggiormente risente 1’azione dell’avvelenamento e che la maggior parte dei sintomi del mercurialismo è dovuta ad intossicazione cerebrale.

 

Non resta adesso che dire un qualche cosa della cura collettiva ed individuale più atta a ridurre di quanto più è possibile i danni dell’intossicazione mercuriale.

Massimo fattore di cura è l’allontanamento dal lavoro del1’operaio che presenta i primi sintomi, giacché tale allontanamento concede sempre agli operai un rapido e non lieve miglioramento sulla loro salute.

Il Giglioli ritiene che 1’operaio viene allontanato dai forni troppo tardi, quando cioè la malattia è troppo avanzata; e giacché gli operai da certi piccoli segni si accorgono vari giorni avanti del male che è per iniziarsi, questo potrebbe essere un buonissimo criterio per il loro allontanamento dai forni in tempo utile.

Sarebbe necessario poi sottoporre i fornai a visita medica periodicamente ogni dieci o quindici giorni.

D’altra parte 1’operaio dovrebbe con scrupolo curare la propria nettezza personale sia lavandosi accuratamente le mani e la faccia e sciacquandosi la bocca, sia abituandosi a fare frequente i bagni di tutta la persona.

Per ottenere la guarigione di operai già ammalati, poco conta la somministrazione di medicine; è invece necessario che 1’ammalato stia in un ambiente sano e pulito, con spirito tranquillo; che si astenga completamente dagli alcool e che si nutra con cibi sani e leggeri e specialmente con latte.

 

Altre malattie dei Minatori

Tutti quanti gli operai che lavorano nelle miniere del mercurio oltre ai pericoli dati dalla intossicazione mercuriale hanno accomune con i minatori adibiti alla escavazione di altro materiale numerose malattie. Essi sono infatti esposti alle alte temperature dei forni, ai subitanei dislivelli di temperatura, alla inspirazione di polveri minerali, a fughe di gas nocivi e a tutti gli altri numerosi mali propri a quegli operai che lavorano nel sottosuolo.

Per adesso non sarebbe stata constatata fra i minatori Amiatini la malattia detta anchilostomiasi e che consiste nell’annidarsi di grandi quantità di piccoli vermi nell’intestino umano, e consecutive gravissime forme di deperimento organico; tale malattia è propria dei lavoratori dell’argilla e dei lavoratori del sottosuolo.

I lavoratori Amiatini e specialmente quelli adibiti alle mi­niere delle Solforate vanno sottoposti ad inspirare un gas molto deleterio, che può portare anche la morte e che è l’acido solfidrico. Tali emanazioni (Putizze) determinano lievi irritazioni congiuntivali, delle fauci, della lingua e della trachea, se in esse vi è in piccola quantità dl acido solfridico; ma quando tal gas può giungere a 0,05%, gli operai sono presi da tosse insistente e stizzosa capace di determinare il vomito.

I minatori chiamano tale esalazione Gas morto perché spenge il lume e dà senso di costrizione alle fauci.

Quando il minerale cinabrifero viene arrostito, si ha sviluppo di anidride solforosa, la quale, a quanto sembra, non produce però alcuna azione dannosa sull’organismo umano.

Più importante invece è una forma di malattia che si osserva nelle miniere del Cornacchino e che notata dal Dottor Ginanneschi, fu poi studiata per incarico della Prefettura circa 10 anni or sono dal Dottor Puccinelli medico provinciale, quindi dal Professor Pieraccini e dal Dottor Giglioli e recentemente dal Professor Memmi.

Il  Dottor Gianneschi notò che gli operai nelle miniere del Cornacchino erano in modo specialissimo sottoposti a catarri bronchiali, forme di enfisema polmonare e di tubercolosi polmonare; per questo egli pensò che una causa di ambiente dovesse esistere, che fosse causa occasionale se non specifica di tale malattia.

La competente autorità, informata di questo, ordinò una inchiesta che fu affidata al Dottor Puccinelli, il quale da me direttamente interpellato, mi ha cortesemente fornito le seguenti informazioni:

Si era diffusa la voce confermata dal medico condotto di Castellazzara, che molti operai delle Miniere del Cornacchino ammalavano di tubercolosi. Donde 1’invito a lui fatto dal Prefetto di Grosseto in ispezione.

Non solo visitò molti operai malati ed altri andati al riposo per inabilità, ma consultò anche i registri dell’azienda per conoscere la morbilità e la mortalità degli ultimi anni di lavoro. Pur dichiarando che non può dopo dieci anni fornire cifre esatte, il Dottor Puccinelli informa che trovò parecchi operai affetti da tubercolosi polmonare e che tale diagnosi fu confermata dalle indagini microscopiche resultando presente negli escreati il bacillo di Koch; altri, affetti da enfisema polmonare, altri da catarro bronchiale diffuso. Dall’esame dei registri con­statò che parecchi operai erano morti ed il medico e le famiglie assicuravano che la morte era stata per tubercolosi. Le stesse ricerche fece fra gli operai delle miniere del Siele, constatando che le condizioni sanitarie degli operai ad esse adibiti erano soddisfacenti ed in stridente contrasto con quelle degli operai del Cornacchino.

Il Direttore delle miniere del Cornacchino spiegava questa differenza con le cattive condizioni igieniche delle abitazioni degli operai poste nel villaggio chiamato Selvena; volle visi­tare quella frazione e constatò che effettivamente la massima parte delle case erano in condizioni deplorevoli. Ma quella vi­sta lo informò sempre più nell’opinione che la differenza delle condizioni di salute degli operai delle due miniere era esclusivamente dovuta alla differenza delle condizioni delle miniere stesse, giacché alla Selvena abitavano promiscuamente gli operai del Siele e del Cornacchino.

Trovò perfino in una casa due fratelli, dei quali quegli che lavorava al Cornacchino era malato (non ricorda bene se di tubercolosi o di catarro bronchiale cronico diffuso); l’altro che lavorava al Siele era fino a quel giorno almeno, sanissimo.

Tre fatti constatò in ultimo nelle miniere del Cornacchino, e cioè:

Primo. - Il Cinabro si trovava in una roccia silicea, e quindi nella escavazione si innalzava molto pulviscolo.

Secondo.  -  Pessima ventilazione delle gallerie anguste, delle quali parecchie a fondo cieco.

Terzo. - Molto diffuso fra gli operai il sistema del lavoro a cottimo. Siccome per scavare una data lunghezza prendevano un tanto, gli operai, parecchi dei quali erano possessori di piccoli appezzamenti di terra che coltivano da sé, si sobbarcavano ad un lavoro faticoso, per disporre di alcune ore della giornata in cui andavano a lavorare la terra.

Al Siele, invece il cinabro si trovava in filoni di argilla perfino un po’ umida, le gallerie erano grandi, spaziose e ben ventilate, quindi niente pulviscolo, abolito il sistema del lavoro a cottimo, come dichiarò il proprietario Sig. Rosselli, appunto per impedire che gli operai si affaticassero soverchiamente.

Vide al Cornacchino alcuni operai lavorare in gallerie cieche, al lume di una lampada fumosa, in posizione disagiatissima ed in mezzo ad un forte pulviscolo.

Gli duole di non poter dire di più e sopra tutto di non poter citare statistiche di morbilità e di mortalità.

Il Pieraccini riportando nel suo trattato sulla “patologia del lavoro” le notizie fornitegli dal Puccinelli, ne prende argomento per criticare la conclusione contenuta nel rapporto della commissione del1' igiene industriale del  Ministero di Commercio in Francia, secondo la quale l’intossicazione mercuriale predispone alla tubercolosi; ed esprime il concetto che ciò non è esatto giacché si ha predisposizione alla tubercolosi solo nelle miniere in cui si scava materiale secco e polverulento e ciò indipendentemente dalle proprietà del mercurio e dei suoi composti.

Il Giglioli studiando i minatori della miniera del Cornacchino trovò in tutti o quasi  fatti di enfisema polmonare e di catarro bronchiale, ed in 7 su 12 segni di tubercolosi polmonare con bacillo di Koch nell’escreato. Esso per il primo  notò che i sintomi presentati dai minatori del Cornacchino corrispondono perfettamente a quelli che si hanno nella tisi dei minatori che fu riscontrata negli operai del Rand transwaliano che lavorano appunto in ambiente chiuso siliceo e polveroso. Infatti la reale commissione inglese (1906) così descriveva i disturbi di questi operai:

“Il primo sintomo è una tosse che insidiosamente diventa abituale, da prima solo al mattino poi durante tutta la giornata con espettorato; succede poi affanno ad ogni minimo sforzo, ma anche quando l’affanno e la tosse hanno raggiunto una notevole intensità non si ha febbre, come nel caso d’infezione tubercolare, né vi è marcato deperimento.”

“Questi sintomi possono continuare per vari anni senza rendere necessario l’allontanamento dal lavoro.”

Questa affezione presenta una evidente differenza colla infezione tubercolare; se questa interviene, naturalmente il  progresso della malattia si fa più rapido e l’esito ne è inevitabilmente fatale.”

Nel 1912 il Professor Menni studiò nell’Ospedale di Grosseto cinque di questi ammalati; li trovò tutti affetti di catarro bronchiale diffuso e da enfisema polmonare, ma in nessuno poté dimostrare la presenza del bacillo  tubercolare negli spurghi. Sono ammalati - egli mi diceva – che hanno tutto l’aspetto di tubercolosi; ma il decorso clinico della malattia non è affatto quello della tubercolosi polmonare. Ed infatti dalle cinque storie cliniche ospitaliere cortesemente fornitemi dal Memmi e che ha sotto gli occhi, resulta che nei numerosi esami di esercato, che sono stati fatti, mai è stata dimostrata la presenza del bacillo della tubercolosi e che mai gli operai hanno avuto temperature febbrili. Su questo interessante argomento anche io ho iniziato personali ricerche proponendomi di occuparmene anche in seguito in modo particolare. La polvere che i minatori del Cornacchino respirano è bianco giallastra; benché minutissima, palpata fra due polpastrelli delle dita dà un senso di scricchiolio. Essa è un detrito di scisti silicei o staniti (Si O2 pietra focaia) impregnante in discreta percentuale di cinabro ed in parte di pirite. La miniera del Cornacchino non è totalmente coltivata nelle staniti ma ancora in altre rocce e cioè: Calcare nummulitico, scisti rossi manganesiferi, calcare neocomiano, staniti e calcare titoniano.(8) La polvere che viene respirata in queste miniere, esami­nata al microscopio, mi si è dimostrata composta di minu­tissime particelle quasi tutte a forma cristallizzata, con angoli assai acuti. punte e superfici taglienti. Esse sono del tutto insolubili in acqua. Disgraziatamente fino al momento attuale non ho potuto fare alcun studio sull’ambiente di lavoro delle Miniere del Cornacchino, e per adesso ho potuto studiare direttamente soltanto due operai affetti dalla malattia in questione; in essi ho osser­vato all’incirca i fatti riscontrati da Memmi, e cioè invecchiamento precoce, indebolimento organico generale assai marcato e il vero e proprio aspetto esterno del tubercoloso. Ambedue presentavano le note caratteristiche dell’enfisema polmonare e catarro bronchiale diffuso. In uno si constatava un ispessimento del parenchima polmonare esteso a gran parte del polmone sinistro. Nelle numerose indagini fatte per dimostrare negli escreati di questi due ammalati il bacillo tubercolare, non ho mai accertato la presenza del bacillo di Koch. Altri campioni di escreato mi son fatto inviare da Selvena da ammalati che presentavano questa forma morbosa ma neppure in questi ho potuto mai dimostrare la presenza del bacillo tubercolare. Tanto le osservazioni fatte dagli altri quanto quelle poche e per adesso incomplete fatte da me stesso, mi portano a concludere che la malattia che presentano i minatori delle Miniere del Cornacchino, sia proprio quella tisi dei minatori che è stata descritta in certi lavoratori del sottosuolo, in ambienti polverosi per polveri speciali formate di minuti cristalli duri, taglienti e insolubili in liquidi organici. Tale malattia non è a mio parere tanto pericolosa in sé, quanto perché predispone l’organismo alla tubercolosi polmo­nare. Piacemi terminare questo capitolo riportando le belle parole con cui il Giglioli chiude una breve monografia stampata su questo argomento nel 1910: Questo dei minatori del Cornacchino è uno dei casi più dimostrativi e più tristi della insufficienza attuale dei nostri mezzi legali di difesa sociale; una inchiesta accurata e scientificamente condotta come quella del Puccinelli, ha rilevato limpidamente il male, ma é rimasta lettera morta e non ha potuto ancora provocare rimedi concreti ed efficaci.

Prima di chiudere queste breve note sui minatori Amiatini, la loro terra, la loro produzione, il loro ambiente sociale e di lavoro, ed i mali cui vanno sottoposti (note che 1’affrettatezza con cui sono state dovute redigere ed il poco contributo di ricerche personali che vi ho potuto porre, non possono formare per necessità di cose un tutto organico e completo) è mio obbligo chieder venia a chi avendo precedentemente studiato questi argomenti mi ha fornito le necessarie notizie; e specialmente al Prof. Pieraccini e al Dottor Giglioli alle cui pubblicazioni ho necessariamente dovuto largamente attingere. Ringrazio i minatori Amiatini della simpatia davvero immeritata che mi hanno dimostrato e mi dimostrano, e faccio loro un sincero augurio di un prossimo e rapido miglioramento di condizioni economiche ed igienico-sociali. In un libro di natura assolutamente letteraria, il Senator Barzellotti ha trovato modo, di sconsigliare ai minatori Amiatini l’organizzazione e la lotta di classe, scagliando frecce acutissime contro chi tale lotta cerca di incoraggiare, di disciplinare e dirigere. In un altro libro di natura assolutamente scientifica il Prof. Pieraccini chiudeva il capitolo sugli avvelenamenti da mercurio, con un grido che suona protesta alle affermazioni del Barzellotti. È il grido dell’idea nuova contro l’idea vecchia, è il grido dell’energia che si accende contro quella che va spengendosi; è il grido al quale mi associo col cuore:

W le Leghe operaie.

Note

1. Notizie biografiche su Ettore Zannellini sono in: Isa BARTALINI, I fatti veri. Vicende di una famiglia toscana, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1996

2. G. BARZELLOTTI, Monte Amiata e il suo Profeta, Milano, Fratelli Treves editori,, 1910

3. Atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni degli operai delle Miniere dl Sardegna. Volume I, relazione riassuntiva, Tipografia della Camera dei Deputati 1911.

4. Pochi giorni or sono è stato dato alle stampe  un opuscolo del carissimo amico Filippo Bruschelli sull’igiene del lavoro. Sia perché l’opuscolo merita di essere diffuso perché intonato a volgarizzazione di scienza in favore delle masse operaie, sia perché mi torna utile usufruirne per il pochissimo tempo concessomi per fare questa relazione, con poche varianti tale opuscolo ha formato la prima parte di questo capitolo.

Filippo Bruschelli, Igiene del lavoro, Siena, Tip. Editrice C. Meini, 1914. Nota dell’autore.

5. Dott. GIGLIOLI, Le malattie del lavoro, Policlinico, Roma 1902.

6. Dott. G. PIERACCINI, Patologia del lavoro e terapia sociale, Società editrice Libraria, Milano 1906

7. IV Congresso Nazionale per le malattie del lavoro (Malattie professionali). Le alterazioni  del sangue di origine professionale. Relazione del Professor Luigi FERRANNINI. Tipografia Editrice Nazionale, Roma 1913

8. Questi dati mi sono stati forniti dalla cortesia dell’amico Rigacci Riccardo, consulente minerario di Castel del Piano.

(*) Ettore Zannellini: un medico socialista

Dal sito ufficiale del Comune di Piombino

L'insieme della documentazione è stata depositata nell'Archivio di Piombino per volere di Isa (1922-1996), figlia di Ezio Bartalini.La biblioteca è costituita da circa mille volumi che comprendono opere di politica, di sociologia, di filosofia, di storia, di pedagogia; biografie, interventi parlamentari e scritti di geografia, di diritto, di psicologia, di critica letteraria e di economia.L'archivio, conservato nella casa di famiglia di Cennina (AR), è stato recuperato nel 1995 per intervento del Comune di Piombino e della SoprintendenzaArchivistica per la Toscana. Oltre ai manoscritti di Bartalini relativi alla sua attività politica, pedagogica, letteraria troviamo opuscoli, pubblicazioni, dossier, ritagli e raccolte di giornali, corrispondenza con personaggi che hanno avuto un ruolo notevole nella storia italiana e internazionale del primo cinquantennio del '900. Insieme alle carte di Ezio Bartalini ci sono anche quelle di Ettore Zannellini (1876-1934) e Andrea Gaggero (1916-1988) rispettivamente suocero e genero del Bartalini.Ettore Zannellini, laureatosi in medicina a 

Pisa nel 1902, sviluppò la propria attività professionale a Piombino. Nel 1904, su incarico dell'amministrazione locale, compì studi sulla situazione igienico-sanitaria della città e una ricerca a scopo preventivo sulle cause degli infortuni sul lavoro. Nel 1912 fu nominato medico comprimario dell'ospedale dove aveva già prestato servizio prima come assistente volontario poi come medico aggiunto di medicina. Oltre all'attività ospedaliera, aprì presso la propria abitazione un ambulatorio dove interveniva gratuitamente sugli operai infortunati, diventando ben presto popolare come "medico dei poveri".Nel 1908, insieme al professor Antonio Mori, era stato fra i fondatori a Piombino della loggia massonica "Gagliarda Maremma" di cui divenne maestro venerabile. L'adesione alla massoneria fu una costante della sua esistenza, in nome degli ideali laici di solidarietà e fratellanza. Costretto dai fascisti, nel 1926, a dare le dimissioni, esiliò a Parigi dove si trovava già la figlia con il marito Ezio Bartalini. Qui continuò ad esercitare la professione medica a favore soprattutto dei lavoratori italiani emigrati. Riprese anche la sua attività nella massoneria divenendo nel 1931 Gran Tesoriere del Consiglio del Grande Oriente. Nel 1933 si trasferì ad Istanbul presso la figlia e il genero che nel frattempo avevano lasciato la Francia e lì morì nel 1934.Andrea Gaggero, sacerdote ridotto dal Sant'Uffizio allo stato laicale per la sua attività in seno al Comitato di Liberazione, lavorò per tutta la vita per il movimento per la pace e per la solidarietà internazionale. Sopravvissuto al campo di sterminio di Mathausen, insignito della medaglia d'argento della resistenza, partecipò nel 1963 alla costituzione dell'International Confederation for Disarmament and Peace a Oxford e poi alla creazione della Consulta della Pace con Aldo Capitini.